
Ti è mai capitato di sentirti solo in mezzo alle persone e non riuscire a spiegarlo a nessuno, nemmeno a te stessa?
Non è una domanda retorica, è il punto esatto da cui parte Nostra solitudine di Daria Bignardi: quella sensazione che tutti conoscono e quasi nessuno nomina, perché fa un po’ vergogna, perché sembra una debolezza, perché non si sa bene dove metterla.
Daria Bignardi la mette su carta e lo fa con una sincerità che disarma.

Titolo: Nostra solitudine
Autore: Daria Bignardi
Editore: Mondadori
Anno: 2025
Pagine: 168
Genere: Memoir / Personal essay
Nostra solitudine non è un romanzo, non è un diario, non è un saggio nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più difficile da classificare e, proprio per questo, più onesto. L’autrice lo definisce personal essay e da più parti è stato definito un ibrido tra memoir, reportage e riflessione civile, una forma che Daria Bignardi ha affinato negli ultimi anni e che qui raggiunge forse la sua espressione più compiuta.
Il punto di partenza è personale, un viaggio in Vietnam con il figlio, la decisione di abbandonare i social media, una terapia EMDR che non riesce a iniziare. Da questo nucleo intimo il libro si allarga verso il mondo, arrivando a riflettere sulla Cisgiordania occupata, i prigionieri palestinesi appena rilasciati, un neonato ugandese operato al cuore da un chirurgo italiano in ferie. Daria Bignardi si muove tra l’interno e l’esterno con una naturalezza che non è mai disinvoltura, sa bene che la sua solitudine di donna milanese non è la stessa di chi vive sotto le bombe e lo dice, ma non rinuncia a tracciare un filo che le unisce.
La nostra solitudine del titolo, scelto su suggerimento di un medico al posto del titolo originale Storia della mia solitudine, è proprio questo: un sentimento che credevamo privato e che invece riguarda tutti, un problema politico, non solo personale.
La scrittura di Daria Bignardi è come sempre diretta, senza fronzoli, leggi le 168 pagine che compongono il libro in due giorni – forse uno – e non ti pesano. Non ti lasciano addosso quella melanconia che certi libri sulla solitudine si portano dietro, anzi, ti danno qualcosa che assomiglia alla speranza, o almeno alla possibilità che il futuro possa essere migliore. Questo è raro e lo tengo.
Quello che mi ha convinta di più è il coraggio intellettuale di ammettere le contraddizioni. L’autrice critica le piattaforme digitali, le chiama strumenti nelle mani di chi «sfrutta e fomenta le nostre solitudini per accumulare capitali», ma poi confessa di non riuscire a lasciare WhatsApp, di giocare ogni giorno a Wordle con le nipoti, di avere la sensazione che la sua vera vita si svolga lì. Non predica, non insegna, sta con le domande e questo mi ha disarmata.
C’è anche una riflessione sulla femminilità e sulle aspettative che portiamo addosso senza rendercene conto, il momento in cui l’autrice scrive che le donne capiscono troppo tardi di avere il diritto di riposare e prendersi cura di sé è uno di quelli che ho riletto due volte, piano.
Devo essere sincera anche su quello che mi ha fatto rallentare: in alcuni passaggi il libro si fa davvero lento. Le sezioni più contemplative, quelle che si aprono con le definizioni da vocabolario delle parole-chiave – malinconia, esilio, solitudine – sono belle come idea strutturale, ma a volte ho sentito il ritmo cedere. Non è un difetto grave, ma lo è abbastanza da rallentare una lettura che altrove scorre benissimo. Mi aspettavo qualcosa di più compatto, più teso, l’ho trovato, per fortuna, nella maggior parte del libro, ma non sempre.
Daria Bignardi affida l’epigrafe alle parole di Pier Paolo Pasolini:
La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza.
Già lì capisci il tono del libro, non c’è compiacimento, non c’è autocommiserazione, solo una lucidità a tratti spietata.
Tra le immagini che non riesco a togliermi dalla testa c’è quella con cui descrive la sua solitudine come una bestia selvaggia che
in certi istanti, mentre corre o si apposta fiutando l’aria, annusa l’ebbrezza della libertà. Altre volte si nasconde, sfinita, nel buio della foresta impenetrabile.
È una delle poche metafore del libro e funziona proprio perché è usata con parsimonia.
Poi c’è questa, che ho sottolineato:
Si sta bene anche soli, quando non si è soli.
Sembra un paradosso, ma non lo è, è esattamente quello che il libro prova a dirti dall’inizio alla fine.
Per chi non la conoscesse, Daria Bignardi è una giornalista, scrittrice ed ex conduttrice televisiva. Ha esordito nel 2009 con Non vi lascerò orfani, un memoir sulla morte della madre che ha vinto il Premio Rapallo e il Premio Elsa Morante. Poi sono arrivati romanzi, poi Storia della mia ansia (2018), scritto mentre affrontava un tumore al seno. Nel 2022 ha pubblicato con Einaudi Libri che mi hanno rovinato la vita, e nel 2024 Ogni prigione è un’isola, frutto di trent’anni passati a lavorando nei carceri italiani.
Nostra solitudine è il terzo capitolo di quella che ormai si configura come una trilogia non-fiction, l’esperienza personale come punto di partenza, un tema sociale come orizzonte, una prosa che rifiuta la separazione tra privato e politico. È il libro più ambizioso dei tre, nel senso che allunga lo sguardo più lontano – geograficamente e politicamente – ma forse anche il meno riuscito nella tenuta complessiva, proprio per quella disomogeneità di ritmo che ho già citato.
Sul tema della solitudine, il confronto più naturale è con The Lonely City di Olivia Laing: stesso ibrido di memoir e riflessione culturale, stessa idea che la solitudine sia una condizione di cui ci si vergogna ingiustamente. Olivia Laing, però, lavora attraverso l’arte visiva, Daria Bignardi attraverso i viaggi e i libri e il risultato è meno sistematico, più frammentato, forse più onesto nel suo procedere per associazioni. Per certi versi mi ha ricordato anche Rebecca Solnit e la sua capacità di muoversi tra il grande e il piccolo senza mai perdere il filo di sé.
Sì. Soprattutto se hai mai provato quella sensazione di essere circondata da tutto e sentirti ugualmente sola e ti sei vergognata di dirlo perché non ti sembrava di averne il diritto. Daria Bignardi non risolve quella sensazione, sarebbe disonesto farlo, ma la nomina, la gira e la rigira, la porta fuori dalla stanza in cui la tenevi chiusa. E questo, per me, è già moltissimo.
Non è un libro che ti cambia la vita, è un libro che ti fa sentire meno solo mentre lo leggi. Che poi, spesso, è tutto quello di cui abbiamo bisogno.