
Leggere un romanzo pubblicato più di sessant’anni fa significa anche fare i conti con il tempo in cui è stato scritto. È il caso di Amore d’inverno di Han Suyin, un libro che oggi può sembrare meno rivoluzionario di quanto fosse nel 1962, anno della sua prima pubblicazione. Eppure, a distanza di decenni, continua ad avere qualcosa da dire e lo dice con una precisione che i romanzi più recenti non sempre riescono a raggiungere.
Amore d’inverno è arrivato in Italia grazie a Storie Effimere, piccola casa editrice indipendente veneziana specializzata nel recupero di autrici e autori dimenticati. La traduzione è di Silvia Amalia Di Cocco, che è anche cofondatrice dell’editore.

Titolo: Amore d’inverno
Autrice: Han Suyin
Editore: Storie Effimere
Anno di edizione: 2026 (prima pubblicazione 1962)
Pagine: 176
Genere: Romanzo
Nel gelido inverno del 1944, nella Londra ancora segnata dalla guerra, Red – al secolo Bettina Jones – è una studentessa universitaria che sopravvive tra pensioni squallide, razionamenti e oscuramenti notturni. La sua vita cambia quando in classe compare Mara Daniels: elegante, sposata, profumata di verbena, appartenente a un mondo lontanissimo da quello di Red. Tra i tavoli di dissezione dell’università nasce un’intesa che si trasforma rapidamente in qualcosa di più difficile da nominare e ancora più difficile da sostenere.
Al centro del romanzo c’è l’amore tra due donna, una trama che al lettore contemporaneo può apparire familiare, ma che all’epoca rappresentava una scelta narrativa decisamente audace. Red racconta la propria storia a distanza di anni, ormai adulta e sposata, osservando la ragazza che è stata con la consapevolezza della donna che è diventata. Ripercorre passioni, errori, illusioni e desideri, commentando le proprie scelte alla luce delle conseguenze che quelle stesse scelte hanno avuto sulla sua vita.
È proprio questa dimensione retrospettiva a rendere la lettura così coinvolgente: il fascino del memoir si intreccia con il romanzo di formazione sentimentale, regalando una narrazione intensa, malinconica e profondamente umana.
Amore d’inverno non è un romanzo facile da inquadrare, Han Suyin lavora su più livelli contemporaneamente: la storia d’amore in primo piano, certo, ma sotto c’è un’indagine precisa su come le narrazioni esterne – quelle che la società ci impone su chi siamo e su chi possiamo amare – finiscano per diventare la storia che raccontiamo a noi stessi. Il danno che il romanzo mette in scena non è quello del desiderio, ma quello dell’interiorizzazione di un giudizio che viene dall’esterno.
La struttura retrospettiva non è solo un espediente narrativo, è la sostanza del libro. Red non è una testimone neutrale della propria storia, è una donna che rielabora, giustifica, a volte minimizza. Il lettore è invitato a leggere tra le righe, a interrogarsi su quanto di quello che Red racconta sia davvero come è andata e quanto sia invece la versione che ha trovato più sopportabile. Questo tipo di narratore inaffidabile, nel 1962, era una scelta raffinata e controcorrente.
Non tutto convince in egual misura. Alcuni momenti sembrano cedere alla convenzione del tempo, certi topoi della narrativa lesbica degli anni Cinquanta e Sessanta si avvertono, a tratti, come dei limiti piuttosto che come strumenti consapevoli, ma è anche vero che Suyin usa quei modelli per smontarli, non per confermarli, la differenza è sottile ma riconoscibile.
Quello che resta, a lettura conclusa, è una storia sull’autoinganno e sulla malinconia, su quanto sia facile convincersi che certe cose non potevano andare diversamente, quando in realtà il problema era altrove.
Han Suyin è conosciuta in Italia soprattutto per L’amore è una cosa meravigliosa (A Many-Splendoured Thing, 1952), il romanzo da cui fu tratto il film del 1955. Un best-seller, all’epoca e un libro costruito su quella capacità di mescolare il personale e il politico che è la cifra della sua scrittura migliore. Amore d’inverno, nel corpus di Suyin, è un’eccezione: l’autrice dedicò la maggior parte della sua carriera alla Cina moderna, alla decolonizzazione dell’Asia, alle biografie di Mao e Zhou Enlai. Questo romanzo breve è quasi un fuori catalogo della sua stessa bibliografia.
La riscoperta internazionale è avvenuta in due momenti distinti, il primo nel 1994, quando Virago lo incluse nella collana Lesbian Landmarks con un’introduzione di Alison Hennegan, che lo definì una delle opere più riuscite di Han Suyin e un’analisi precoce di quella che oggi chiameremmo oppressione interiorizzata, con la lucidità di chi scriveva prima che l’espressione stessa fosse in uso. Il secondo nel 2022, quando McNally Editions lo ha ripubblicato in inglese con una prefazione di Sarah Waters, che lo ha descritto come un racconto intenso del desiderio illecito e del cuore spezzato, oltre che come un’evocazione straordinaria della vita logora nel dopoguerra.
I confronti che circolano nella critica anglosassone non sono casuali. Amore d’inverno appartiene a una tradizione di romanzi brevi, tesi, centrati su relazioni impossibili e narratori che guardano il passato con occhi che non riescono del tutto a essere onesti. Il nome di Patricia Highsmith torna spesso: The Price of Salt (1952, poi ristampato come Carol) è il termine di confronto più ovvio e non solo per l’ambientazione storica. Entrambi i romanzi lavorano sull’impossibilità di nominare certe cose, sulla tensione tra il desiderio e il mondo che lo circonda.
Anche il film Carol di Todd Haynes è un riferimento utile per il lettore italiano che vuole orientarsi: stesso registro malinconico, stessa attenzione alla superficie delle cose come specchio dell’interiorità.