
Ci sono autori che non smetti mai di rileggere ed Erri De Luca è uno di questi, almeno per me. L’ho scoperto quasi per caso, mi ha fatto compagnia degli ultimi giorni di gravidanza e da allora la sua scrittura mi accompagna come una presenza silenziosa e fedele. C’è qualcosa nella sua prosa, elegante, raffinata, eppure concreta, che ogni volta che la riprendo mi dà la sensazione di trovare un posto dove stare.
Montedidio è probabilmente il libro in cui questa sensazione raggiunge la sua forma più compiuta. Non è soltanto uno dei suoi romanzi più belli, è un libro che trasuda sentimenti puri, tra le cui pagine si ha la sensazione di essere immersi in una sorta di sogno nel quale la freddezza delle difficoltà di una famiglia si miscela con il calore delle speranze del giovane protagonista. Il tutto ha come sfondo una Napoli che cela la sua proverbiale magia tra le pieghe della miseria e del folklore che da sempre la attanagliano.
È un libro da leggere assolutamente, anche più di una volta.

Titolo originale: Montedidio
Autore: Erri De Luca
Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2002
Pagine: 144
Genere e forma: romanzo
Siamo nella Napoli del Dopoguerra, in un quartiere arroccato sul tufo: Montedidio, “Monte di Dio”, un nome che suona insieme solenne e abusivo, come scrive lo stesso De Luca nella quarta di copertina. Qui frigge la vita di una folla densa, dove neanche i morti se ne stanno quieti.
Il protagonista è un tredicenne di cui non conosciamo il nome che inizia a lavorare come apprendista falegname. Ogni mattina fa colazione col padre, portuale e, poco dopo, arriva in bottega dal maestro Mast’Errico. La madre è gravemente malata e al piano di sopra vive Maria, sua coetanea, con una storia segnata troppo presto dagli abusi.
Il ragazzo tiene un diario su una bobina di carta regalatagli dal tipografo del quartiere, scrive in italiano per depositare i fatti del giorno riposati dal chiasso del napoletano. Nel suo diario racconta tutto: il lavoro, il corpo che cresce, l’amore che sboccia, la morte che si avvicina, e soprattutto lui, Don Rafaniello, il calzolaio ebreo gobbo con gli occhi verdi che tengono la luce delle lacrime, profugo dall’Europa del Nord che voleva raggiungere Gerusalemme e finì a Napoli – “Monte di Dio sì, ma a Napoli”.
Al centro della storia c’è anche il boomerang ricevuto dal padre, il ragazzo si allena ogni sera sulla terrazza più alta del quartiere, rafforzando il corpo in un rituale che accompagna la sua crescita. Nella notte di Capodanno, in un finale che ha il sapore di una favola sacra, tutto si compie.
Erri De Luca è uno di quegli scrittori le cui parole restano attaccate addosso, non per effetto o esibizione, restano perché dicono le cose nel modo esatto in cui andavano dette, nessun altro come lui.
Sul rapporto tra le due lingue della sua anima, il ragazzo spiega:
Scrivo in italiano perché è zitto e ci posso mettere i fatti del giorno, riposati dal chiasso del napoletano.
E ancora, in una delle riflessioni linguistiche più fulminanti del romanzo:
L’italiano è una lingua senza saliva, il napoletano invece tiene uno sputo in bocca e fa attaccare bene le parole.
Sul riconoscersi attraverso lo sguardo dell’altro:
Mi chiedo da solo: non me ne potevo accorgere per conto mio di esserci? Pare di no. Pare che ci vuole un’altra persona che avvisa.
E sul padre che definisce il suo rapporto con la moglie malata con una semplicità che fa male:
Se lei se ne va, io sarò come una maniglia senza porta.
Sono frasi che funzionano come scultori del pensiero, tolgono il superfluo finché non rimane solo l’essenziale e quell’essenziale pesa.
Montedidio è un romanzo che funziona per sottrazione, 140 pagine che contengono un intero mondo. E questa è, insieme, la sua forza più grande e il punto su cui la critica si è maggiormente divisa.
Da una parte c’è chi – e io sono tra questi – trova in questa densità qualcosa di straordinario, la capacità di trasformare materia povera in simbolo universale senza perdere mai l’aderenza al concreto. Un boomerang, un rotolo di carta, un paio di scarpe, la gobba di un calzolaio: tutto acquista significato senza che Erri De Luca lo sottolinei, senza che lo spieghi. Il lettore arriva da solo e questo è il segno dei grandi scrittori.
Dall’altra parte, i detrattori parlano di neodannunzianesimo proletario, una scrittura rarefatta e ieratica che rischia di scivolare nell’enfatizzazione del banale. È una critica che non condivido fino in fondo, ma che merita di essere presa sul serio: c’è una zona di Montedidio in cui il tono sapienziale e la concentrazione di simboli pesanti (la morte, la Shoah, la pedofilia, l’amore) in poche pagine mostra la sua costruzione. Il rischio, per chi si avvicina con aspettative diverse, è di sentire la macchina narrativa girare troppo a vista.
Per me, alla fine, Montedidio è un libro che riesce nell’impresa più difficile: farti sentire dentro una vita che non è la tua, in una città che forse non hai mai visto, in un’epoca che non hai vissuto e farti sentire a casa.
Se non avete mai letto Erri De Luca, Montedidio è il libro giusto da cui cominciare. Se lo avete già letto, sapete già che vale la pena riprenderlo in mano, le sue opere cambiano a seconda del momento della vita in cui li si incontra.
È un libro che parla di crescita, di perdita, di amore che nasce mentre la morte si avvicina. Parla di Napoli come di un luogo del mondo e dello spirito insieme. Parla di un ragazzo che non ha nome perché potrebbe essere chiunque e, in qualche modo, leggendolo, diventa anche un po’ noi.
C’è una frase che continuo a portarmi dietro e che forse riassume meglio di qualsiasi recensione il senso di questo libro:
A forza di insistere Dio è costretto a esistere, a forza di preghiere si forma il suo orecchio, a forza di lacrime nostre i suoi occhi vedono, a forza di allegria spunta il suo sorriso.
Un libro che sa tenere insieme la miseria e la speranza, il peso e il volo, è un libro raro.
Questo lo è.