La ragazza che levita di Barbara Comyns: recensione

Cerco spesso autrici poco conosciute, quelle che non trovi in vetrina nelle grandi librerie e che devi andare a stanare, di solito sono le piccole case editrici indipendenti a portartele in casa e grazie a Safarà Editore, piccola realtà di Pordenone con un catalogo che sembra uscito da un negozio di rarità senza prezzo, ho scoperto Barbara Comyns

La ragazza che levita è uno di quei libri in cui entri prima di capire come ci sei finita. La scrittura ti prende per mano con leggerezza e poi non la lascia più, il suo stile ha qualcosa di fiabesco, di sospeso, anche se racconta cose brutte (e di cose brutte ne racconta parecchie).

la ragazza che levita

Titolo originale: The Vet’s Daughter (1959)

Autore: Barbara Comyns

Traduzione: Cristina Pascotto

Editore: Safarà Editore

Anno edizione italiana: 2019

Pagine: 149

Genere: romanzo gotico

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Di cosa parla La ragazza che levita

La storia è ambientata in una Londra edoardiana grigia e precisa, i quartieri operai di Battersea, le case di pietra con le finestre strette, e segue Alice Rowlands, diciassettenne figlia di un veterinario brutale e dai modi poco gentili. La madre di Alice muore lentamente in una stanza di casa mentre il padre si rifiuta di curarla e, dopo la sua morte, arriva Rosa, la sua amante, e Alice diventa serva in casa propria.

A seguito di un trauma, Alice scopre di poter levitare. Si solleva dal letto di notte, fluttua nell’aria, non è un sogno o una malattia, succede e basta. La giovane se ne meraviglia pochissimo, si chiede semplicemente se non sia 

una di quelle cose che capitano spesso ma di cui non si parla mai, come le emorroidi.

Il padre viene a saperlo e, naturalmente, capisce come sfruttare a suo vantaggio la sua dote.

Non aggiungo altro sulla trama perché la forza di La ragazza che levita non è nell’intreccio, ma nel modo in cui viene raccontato. E il finale, che la critica ha definito di “terribile trionfo”, dovete scoprirlo da soli.

Una scrittura che disarma

Quello che rende La ragazza che levita impossibile da dimenticare non è la trama, è la voce. Alice racconta. Racconta la morte della madre, la violenza del padre, l’abuso, la miseria, con una calma quasi infantile, come se stesse descrivendo il tempo fuori dalla finestra. Senza commento morale, senza enfasi, senza drammatizzazione e questo produce un effetto più devastante di qualsiasi urlo.

I critici chiamano questo artificio tecnica dell’occhio innocente: Comyns fa vedere l’orrore attraverso uno sguardo che non sa ancora di dover essere inorridito e la dissonanza tra il tono, leggero, quasi scanzonato, e il contenuto crea una tensione che non ti abbandona, ti ritrovi a ridere di una frase e subito dopo ti accorgi di cosa stavi ridendo.

Graham Greene – che fu tra i primi a scoprirla e a sostenerla – parlò del talento obliquo dell’autrice e di quell’occhio che osserva “con semplicità infantile l’avvenimento più fantastico o più sinistro”. È la definizione più precisa che abbia letto, la scrittura di Barbara Comyns è obliqua nel senso più letterale, non ti guarda mai dritto in faccia, si avvicina di lato, e il colpo arriva da dove non te lo aspetti.

La levitazione non è magia: è dissociazione

Vale la pena fermarsi sull’elemento soprannaturale, perché è il cuore del romanzo. La levitazione di Alice non ha nulla di meraviglioso, non è un potere o una salvezza, è l’unico modo che il suo corpo ha trovato per stare al mondo senza esserne schiacciato.

Alice non vuole levitare, vuole essere una persona ordinaria. Vuole vivere una vita normale e invece si ritrova a fluttuare nell’aria di Clapham Common davanti a una folla, usata come attrazione da baraccone dal padre che ha ridotto tutto nella sua vita a merce di scambio, compreso questo strano dono involontario.

La levitazione funziona come metafora della dissociazione, quella distanza che il corpo prende dalla realtà quando la realtà è troppo. Non è trascendenza, è sopravvivenza e il romanzo la tratta con tale naturalezza che smette di sembrare metafora e diventa semplicemente un fatto. Barbara Comyns teneva moltissimo a questa scelta: quando la BBC negli anni Settanta propose un adattamento radiofonico trasformando le levitazioni in sogni, la scrittrice si oppose fermamente.

Dove si colloca Barbara Comyns nella letteratura del Novecento

Barbara Comyns è nata nel 1907 nel Warwickshire, ha vissuto una vita avventurosa tra Londra e Madrid, ha scritto undici romanzi, è morta nel 1992 praticamente dimenticata. La prima riscoperta è arrivata negli anni Ottanta grazie a Virago Press, la casa editrice femminista britannica. La seconda, più recente, grazie a NYRB Classics negli Stati Uniti e a una nuova generazione di lettrici che l’ha trovata per vie traverse.

La ragazza che levita è il suo quarto romanzo, pubblicato nel 1959, e appartiene alla fase più felice della sua carriera. Viene accostata ad Angela Carter, di cui viene considerata una precorritrice, con meno apparato teorico ma la stessa capacità di usare la fiaba come lente sul reale, e a Shirley Jackson, per l’orrore domestico e quella sensazione di minaccia che sale lentamente dalla quotidianità più banale. Il New York Times ha parlato di “un incrocio tra Flannery O’Connor e Stephen King” e capisco cosa intendono anche se la formula è un po’ ruvida.

Il mio giudizio

Ho trovato La ragazza che levita perturbante nel senso migliore del termine, ti entra sotto la pelle e non sai esattamente come ci sia riuscito. Non è un libro consolatorio, non aspettatevi che le cose vadano bene per Alice, perché Barbara Comyns non fa sconti. Però c’è qualcosa nel modo in cui viene raccontato che ha una sua strana luce, come se la scrittura stessa fosse il gesto di resistenza che al personaggio non è permesso fare.

Mi ha turbata e al contempo l’ho amato e queste due cose insieme, disagio e ammirazione, sono per me il segnale che un libro ha fatto il suo lavoro.

L’unica obiezione che posso muovere è che la voce narrante, con il suo distacco quasi costante, rischia a tratti di tenere il lettore a una certa distanza emotiva dalla storia. Non è un difetto vero e proprio, è una scelta precisa e coerente, ma è bene sapere che non è un romanzo in cui ci si immerge piangendo, lo si fa con una sensazione di freddo crescente e forse è più efficace così.

Se avete voglia di scoprire una voce del Novecento che non assomiglia a nessun’altra, che mescola il gotico con la fiaba e il realismo sociale senza mai sistemarsi in un genere preciso, questo è il libro giusto. In 149 pagine, Barbara Comyns costruisce una storia che resta.

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Storie in pausa

Valeria legge libro Venuto al mondo di Doris Lessing

SEO Copywriter e Social Media Manager, mi ritengo una lettrice appassionata. Ho creato Storie in pausa per raccontare il mio rapporto con i libri, quelli che aprono domande più che dare risposte. Quando non lavoro, faccio la mamma e leggo: perché le storie sono il mio modo per restare connessa al mondo e a me stessa.

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