L’abusivo di Antonio Franchini: recensione

Avevo letto Il fuoco che ti porti dentro e mi era piaciuto moltissimo, così ho deciso di recuperare L’abusivo di Antonio Franchini, il libro che in molti considerano il punto di partenza di tutto. Me lo aspettavo più vicino a quello che poi è diventato Franchini per il grande pubblico, più simile allo stile caldo e diretto del memoir sulla madre. Invece L’abusivo è un’altra cosa, è un libro scomodo, ibrido, costruito in un modo che non ti lascia mai del tutto a tuo agio e ci ho messo un po’ a capire se fosse un limite o una scelta precisa. Alla fine ho capito che era una scelta, ma questo non significa che il libro non abbia dei nodi irrisolti, e ho intenzione di raccontarli.

l'abusivo

Titolo: L’abusivo

Autore: Antonio Franchini

Editore: Feltrinelli (prima edizione Marsilio 2001)

Anno edizione: 2020

Pagine: 208

Genere: Romanzo

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Di cosa parla L’abusivo

Il cuore della narrazione è la storia di Giancarlo Siani, giornalista napoletano de Il Mattino ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985 a 26 anni, pochi giorni dopo il suo compleanno. Siani era un cronista precario, pagato a pezzo e in tasca, la sera dell’omicidio, aveva due biglietti per il concerto di Vasco Rossi. Non ci arrivò mai: due killer lo aspettarono sotto casa e gli spararono dieci volte alla testa mentre parcheggiava la sua Citroën Méhari verde.

Franchini era suo coetaneo, anche lui giornalista precario, anche lui del quartiere Vomero, ma a un certo punto aveva mollato tutto e si era trasferito a Milano per diventare editor. Quando viene a sapere della morte di Siani, inizia a raccogliere testimonianze, verbali, ricordi e il libro è il risultato di quel lavoro, pubblicato 16 anni dopo i fatti. Non è un’inchiesta giornalistica e non è nemmeno un romanzo nel senso tradizionale, è tutte e due le cose insieme, mescolate in modo deliberato e a tratti destabilizzante.

Oltre alla vicenda di Siani, il libro contiene un secondo filo narrativo, il ritratto della famiglia napoletana di Franchini, la grande casa di Capodimonte, la madre energica e dispotica, la nonna soprannominata “il Locusto”, ottantenne capricciosa e sboccata. Un terzo piano, sotterraneo, è autobiografico, la colpa di chi è scappato, di chi ha fatto la scelta giusta per salvarsi e deve fare i conti con questo.

Le mie impressioni

Ho letto L’abusivo sperando di conoscere meglio Giancarlo Siani e devo essere onesta, quella parte mi ha lasciata con una sensazione di incompletezza. Franchini ricostruisce la vicenda giudiziaria con precisione, ma il quadro politico e criminale che portò alla morte di Siani, le complicità istituzionali, i meccanismi che per anni impedirono di arrivare alla verità restano sullo sfondo. Siani emerge come figura, non come soggetto approfondito. Franchini stesso ammette di raccontarlo per sentito dire, attraverso frammenti e ricordi di seconda mano. Se arrivi a questo libro cercando una ricostruzione storica dell’omicidio e del suo contesto, rischi di restare deluso.

Quello che invece il libro fa, e fa bene, è qualcos’altro. Franchini usa la storia di Siani come specchio per guardare sé stesso. Il vero tema del libro non è la camorra e nemmeno il giornalismo, è il senso di colpa del sopravvissuto. Chi è rimasto, chi è scappato, cosa distingue il morto dal vivo quando erano entrambi giovani e precari nella stessa redazione. È una domanda morale, non giornalistica e quando Franchini la insegue il libro si accende.

C’è però un aspetto che ho trovato genuinamente difficile da digerire, ovvero i lunghi affreschi sulla famiglia, la nonna, la casa di Capodimonte. Sono scritti benissimo, questo è fuori discussione, ma a tratti mi sono sembrati inseriti più per piacere personale che per necessità narrativa. Il collegamento con la storia di Siani è tematico, non strutturale, entrambi i mondi, quello della camorra e quello borghese familiare, condividono la logica della sopraffazione. È un’idea giusta, ma il montaggio non sempre rende la connessione evidente al lettore. Si ha la sensazione che Franchini stia scrivendo due libri in parallelo e che a volte uno dei due prenda il sopravvento sull’altro senza preavviso.

Anche il ritmo risente di questo, ci sono passaggi in cui la narrazione si ferma su sé stessa, diventa autocoscienza pura e la storia di Siani rimane in attesa. È una scelta stilistica, non un difetto involontario, ma per chi si avvicina al libro cercando una storia lineare, può risultare frustrante.

La scrittura: il punto di forza indiscutibile

Se c’è una cosa su cui non ho dubbi è la qualità della prosa di Franchini. Scrive in un modo che non cerca di impressionare, ma lo fa comunque. Le frasi scivolano, hanno peso senza pesare, alternano ritmo breve e periodo lungo con una naturalezza che è chiaramente il risultato di anni di lavoro. Una delle citazioni che mi sono portata via è quella in cui Franchini rilegge gli articoli di Siani e resta colpito dalla “completa assenza di stile”, dalla scrittura burocratica e piena di incisi, e poi arriva alla conclusione vertiginosa: che chi lo ha ucciso non leggeva i suoi articoli per lo stile, li leggeva per le informazioni, le parole più mediocri possono essere le più pericolose.

È in passaggi come questo che L’abusivo tocca qualcosa di vero e di difficile da trovare altrove, il rapporto tra le parole scritte e le conseguenze reali che possono avere nel mondo, la letteratura che si misura con qualcosa che non può controllare e non può redimere.

Vale la pena leggere L’abusivo?

Sì, ma con le aspettative giuste. Se lo cerchi come ricostruzione della storia di Giancarlo Siani, potresti restarne parzialmente insoddisfatto. Siani è presente, ma filtrato, incompleto, visto attraverso gli occhi di qualcuno che lo ha conosciuto appena e porta con sé il peso di essere sopravvissuto. Se invece lo cerchi come esercizio letterario sul senso di colpa, sulla violenza ambientale, sul rapporto tra le parole e il mondo, allora è un libro che ti rimane addosso.

Inoltre, leggendo L’abusivo dopo Il fuoco che ti porti dentro, ci si rende conto che Angela era già lì, in quella casa di Capodimonte, in quei capitoli sulla famiglia. I due libri si illuminano a vicenda e non è necessario averli letti in quest’ordine: L’abusivo funziona anche da solo, anche se ti lascia con delle domande aperte che forse non trovano risposta.

Franchini scrive una cosa che vale la pena citare quasi per intero: 

Per ogni morto c’è un coetaneo che vive e passa la giornata su una spiaggia inaccessibile e pulita. 

È una frase che fa male, e fa male nel modo giusto, non perché ti dia risposte, ma perché nomina qualcosa che di solito si preferisce non nominare e quella è la letteratura che funziona davvero.

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Storie in pausa

Valeria legge libro Venuto al mondo di Doris Lessing

SEO Copywriter e Social Media Manager, mi ritengo una lettrice appassionata. Ho creato Storie in pausa per raccontare il mio rapporto con i libri, quelli che aprono domande più che dare risposte. Quando non lavoro, faccio la mamma e leggo: perché le storie sono il mio modo per restare connessa al mondo e a me stessa.

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