
David Copperfield di Charles Dickens è forse il libro più sfidante che ho letto negli ultimi anni, non solo per il numero di pagine ma anche per la miriade di personaggi protagonisti della narrazione. L’ho aperto consapevole che avrebbe richiesto tempo, quasi novecento pagine non si affrontano con leggerezza. Mi sono ritrovata a leggere i capitoli con quella curiosità tipica dei bambini e che solo certi romanzi sanno risvegliare, una sensazione di voler sapere subito come va a finire.
Charles Dickens stesso, nella prefazione all’edizione del 1867, lo disse senza giri di parole:
Di tutti i miei libri, quello che più amo è questo. Come molti genitori amorosi, ho nel più profondo del cuore un figlio preferito: il suo nome è David Copperfield.
E si capisce perché.

Titolo originale: David Copperfield
Autore: Charles Dickens
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2017
Pagine: 892
Genere e forma: Romanzo di formazione (Bildungsroman)
Il romanzo racconta la vita di David Copperfield, dal giorno della sua nascita, nel Suffolk, fino alla maturità come scrittore affermato, attraverso una narrazione in prima persona che è al tempo stesso confessione, memoria e romanzo di avventura.
David perde presto la madre, subisce la crudeltà del patrigno Murdstone, viene mandato a lavorare come operaio bambino, fugge, viene accolto dalla bizzarra e generosa zia Betsey Trotwood, cresce, s’innamora, sbaglia, perde persone care, impara. Nel mezzo di tutto questo, conosce personaggi che è impossibile dimenticare: il magnifico Mr. Micawber, sempre sull’orlo del disastro finanziario ma perennemente ottimista; il viscido Uriah Heep, con la sua umiltà di facciata; la dolce Agnes, che David non sa vedere finché non è quasi troppo tardi.
David Copperfield è, senza dubbio, uno dei capolavori di Charles Dickens e non è difficile capire perché lui lo considerasse il suo figlio prediletto. Ma voglio essere onesta, perché la letteratura merita onestà più degli elogi facili.
Il romanzo funziona in modo straordinario quando Dickens è nel suo elemento: la critica sociale affilata, i personaggi grotteschi e memorabili, la capacità di far ridere e commuovere nella stessa pagina. Le sequenze dell’infanzia di David, il magazzino dove viene mandato a lavorare, la prigione per debitori dove finisce Micawber, queste pagine hanno una potenza che non ha perso niente in quasi due secoli. L’autore era figlio di quella realtà e si sente.
Ma c’è un punto in cui il romanzo cede qualcosa: i buoni sentimenti, qua e là, diventano troppo marcati, quasi sdolcinati. Agnes, la figura femminile che rappresenta la guida morale di David, è così perfetta da risultare più un’allegoria che una persona. I cattivi sono troppo cattivi, i buoni fin troppo buoni. Dickens aveva una visione filantropica del mondo che lo portava a credere nella riforma morale più che nel cambiamento strutturale e a volte questa visione schiaccia i personaggi dentro sagome già decise.
Virginia Woolf, che di Dickens non era esattamente una sostenitrice entusiasta, fece un’eccezione proprio per questo romanzo, definendolo “il più perfetto” della sua produzione. George Orwell disse di averlo letto a nove anni trovando l’atmosfera dell’infanzia “così immediatamente comprensibile” da sembrare scritta da un bambino. Tolstoj lo considerava il massimo capolavoro del più grande dei romanzieri e se ne ricordò quando scrisse Infanzia, Adolescenza, Giovinezza.
Quello che mi è rimasto, al di là di tutto, è proprio quello che Dickens riesce a fare con la memoria. David Copperfield è un romanzo sulla scrittura del proprio passato, sul modo in cui ricordiamo e trasformiamo ciò che siamo stati. L’incipit è tra i più belli della letteratura:
Se mi accadrà di essere io stesso l’eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualche altro, lo diranno queste pagine.
Non si tratta solo di una presentazione: è una domanda che rimane aperta per tutte le ottocento pagine.
David Copperfield è l’ottavo romanzo di Dickens su quindici, scritto tra il 1849 e il 1850, e segna uno spartiacque nella sua carriera. I romanzi precedenti, da Oliver Twist a Dombey e figlio, avevano già mostrato la sua capacità di denuncia sociale e la vitalità dei personaggi. Ma qui Dickens fa qualcosa di diverso: usa la forma del Bildungsroman – il romanzo di formazione che Goethe aveva inaugurato con Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister – e la arricchisce di autobiografia.
Le iniziali del protagonista non sono casuali: D.C. è il rovescio di C.D., Charles Dickens. A dodici anni, il futuro autore era stato mandato a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe mentre il padre veniva imprigionato per debiti. Quel trauma non lo aveva mai lasciato e David Copperfield fu il modo in cui lo trasformò finalmente in arte, riversando nel romanzo frammenti autobiografici che aveva trovato troppo dolorosi da pubblicare come memorie.
Rispetto all’Éducation sentimentale di Gustave Flaubert – che arriverà nel 1869 – il confronto è illuminante. Frédéric Moreau attraversa la Parigi del suo tempo senza mai crescere davvero, la sua è un’educazione che porta alla stasi. David, al contrario, conquista una vera maturità attraverso gli errori, soprattutto il matrimonio con la graziosa ma infantile Dora, che Dickens costruisce come un errore necessario, il cuore indisciplinato che zia Betsey gli rimprovera.
Con Grandi speranze, il suo romanzo di formazione successivo (1860-61), Dickens tornerà sugli stessi temi ma con un tono più cupo e ironico. Pip e David sono quasi due facce della stessa medaglia, il primo ottimista, il secondo disincantato. Letti insieme, formano un dittico straordinario.
David Copperfield non è un libro da leggere di fretta, ha bisogno di tempo, di pazienza, di quelle mattine in cui non hai ancora fretta di fare altro. In cambio, ti dà un mondo che porta addosso tutta la vitalità, il dolore e la speranza di un’epoca e di un autore che in questo romanzo si è aperto più che in qualsiasi altra cosa abbia scritto.
Se ami i classici e non l’hai ancora letto, è il momento. Se lo hai letto da ragazza o ragazzo e ricordi solo vagamente, è il momento di rileggerlo. I buoni sentimenti un po’ sdolcinati ci sono, è vero. Ma ci sono anche ottocento pagine di vita, e quella non ha data di scadenza.