
Febbraio è stato un mese strano, dal punto di vista delle letture, non nel senso che è andato male, anzi, mi sono dedicata a libri molto diversi tra loro, quasi come se ogni settimana avvertissi il bisogno di qualcosa di completamente diverso da quello che avevo appena finito.
Ho letto quattro libri e uno di questi, David Copperfield di Charles Dickens, me lo portavo dietro da mesi, non per mancanza di interesse, tutt’altro, semplicemente è un romanzo lungo, con una struttura a capitoli che invita a fermarsi, riprendere, stare dentro la storia senza fretta.
Gli altri tre libri sono arrivati in modo più rapido, ognuno con un peso diverso. C’è stata una storia visionaria e crudele scritta da un’autrice che pochi conoscono, un memoir dedicato a un giornalista ucciso dalla camorra e un romanzo portoghese ambientato in Mozambico che mi ha sorpresa in un modo che non mi aspettavo.
Ecco, in ordine, quello che ho letto.
David Copperfield nasce orfano di padre nel Suffolk e vive un’infanzia serena con la madre e la governante Peggotty, fino a quando la madre si risposa con il crudele Mr. Murdstone. Da quel momento in poi, la sua vita diventa una lunga traversata: lavori in fabbrica da bambino, la fuga a Dover, gli anni in collegio, i primi amori, il tentativo di diventare scrittore.
È un romanzo di formazione che l’autore stesso considerava il più autobiografico di tutti quelli che aveva scritto.
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Londra edoardiana. La giovane Alice vive con il padre, un veterinario brutale, e la madre malata e silenziosa. Quando la madre muore, il padre porta in casa una nuova compagna e la vita di Alice diventa ancora più soffocante.
In mezzo a tutto questo, Alice scopre di poter fluttuare in aria, nei momenti di maggiore dolore. Barbara Comyns intreccia realismo crudo e visionarietà in un modo che fa quasi paura, raccontando la condizione femminile attraverso una fiaba nera che non concede consolazione facile.
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Giancarlo Siani era un giovane giornalista freelance, corrispondente da Torre Annunziata per Il Mattino di Napoli, che aspettava di essere assunto. Il 23 settembre 1985, però, la camorra lo uccise sotto casa. Antonio Franchini, coetaneo e concittadino, ricostruisce l’omicidio intrecciando tre piani: l’inchiesta sul caso, la Napoli degli anni Ottanta e una riflessione personale sul senso di colpa di chi è andato via e si è salvato.
È un libro ibrido, tra inchiesta e memoir, e si legge con quella sensazione scomoda di chi sa già come va a finire ma continua a sperare che cambi qualcosa.
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Mozambico coloniale portoghese, la piccola Gita cresce immersa nella natura africana, accudita dalla governante Lóia, adorando il padre Laureano. Sua madre Amélia è arrivata dal Portogallo attraverso un matrimonio per procura e porta addosso la delusione di chi si aspettava una vita diversa.
Il romanzo segue Gita dall’infanzia all’età adulta, sullo sfondo della guerra coloniale e della decolonizzazione, cercando di capire chi è e a quale mondo appartiene. Teolinda Gersão è un’autrice portoghese che meriterebbe molta più attenzione di quella che riceve.
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