L’albero delle parole di Teolinda Gersão: recensione

L’albero delle parole di Teolinda Gersão si svolge nel Mozambico coloniale degli anni Cinquanta e fin dalle prime pagine ti mette davanti una famiglia che non funziona

Amélia è uno di quei personaggi che all’inizio non sopporti e poi ti accorgi che non riesci a smettere di pensarci, così inizi a leggere il libro in maniera compulsiva solo per capirla meglio, anche quando vorresti fermarti.

Il romanzo è arrivato in Italia a dicembre 2025 per Voland, nella traduzione di Chiara Rodella. In Portogallo era uscito nel 1997, con quasi trent’anni di ritardo che non si spiegano facilmente, visto che Teolinda Gersão non è un’autrice di nicchia: ha vinto tre Premi PEN Club, il Prémio Vergílio Ferreira alla carriera nel 2017, e proprio nel 2025 ha ricevuto il Grande Prémio de Romance e Novela APE, il massimo riconoscimento portoghese per la narrativa. In Italia è quasi sconosciuta e questo è uno di quei ritardi editoriali che fanno un po’ arrabbiare.

l'albero delle parole

Titolo originale: L’albero delle parole

Autore: Teolinda Gersão

Editore: Voland

Anno edizione: 2025

Pagine: 228

Genere e forma: romanzo 

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L’albero delle parole: trama

La storia si svolge a Lourenço Marques, l’odierna Maputo, negli anni Cinquanta del Novecento. La protagonista è Gita, figlia di coloni portoghesi, che cresce in una casa con un grande cortile. Al centro del suo mondo ci sono due cose: l’albero sotto cui si siede a parlare con il vento e Lóia, la governante mozambicana che le insegna tutto ciò che conta, i nomi delle piante, i segreti della natura, la lingua con cui si nomina il mondo prima ancora di capirlo. Più madre di sua madre, in sostanza.

Perché la madre biologica, Amélia, è un’altra cosa. È arrivata dal Portogallo con la promessa di una vita migliore nelle colonie, ha trovato solo delusione e si è aggrappata con ferocia alle gerarchie razziali della società coloniale perché erano l’unico privilegio che aveva. Il padre, Laureano, è mite, integrato, innamorato dell’Africa. Ma non basta.

Il romanzo si divide in tre parti, ognuna con una voce diversa. Prima Gita bambina, in prima persona, con una prosa sensoriale e quasi fiabesca. Poi Amélia, in terza persona, ed è qui che ho capito quanto l’autrice sapesse esattamente quello che stava facendo. Gita bambina non può capire sua madre e allora l’autrice fa un passo indietro e te la mostra dall’esterno, con una distanza che è anche una forma di pietà. Infine di nuovo Gita, adolescente, con una lingua più lucida e malinconica, mentre il Mozambico marcia verso l’indipendenza e lei si prepara a partire verso un Portogallo che non ha mai visto e che non sente suo.

Una prosa che lavora per sottrazione

Quello che mi ha colpito di più è il modo in cui Teolinda Gersão costruisce la tensione senza mai alzare la voce. Non ci sono eventi clamorosi, non ci sono colpi di scena, solo micro-situazioni, sguardi, silenzi che pesano. Una frase come 

C’era un tale equilibrio nel mondo, bastava ascoltarlo

funziona perché sai che quell’equilibrio sta per rompersi, e lei non te lo dice.

La scrittura cambia registro nelle tre sezioni in modo coerente e mai artificioso: immaginifica nell’infanzia di Gita, fredda e spezzata nella vita di Amélia, più dritta e consapevole nell’adolescenza. Non è una scelta stilistica fine a sé stessa, ogni voce ha il linguaggio che riflette il modo in cui quella persona ha vissuto. La traduzione di Chiara Rodella rispetta questa musicalità, mantenendo quella qualità orale, quasi parlata, che senti soprattutto nella parte di Gita bambina.

Il titolo non è una metafora decorativa. L’albero del cortile è reale, con le radici nella terra rossa del Mozambico, ma è anche il simbolo di qualcosa che non si può portare in valigia. Le parole sono quelle che Lóia le ha insegnato, le storie raccontate di notte, la lingua con cui si nomina il mondo e, quando si lascia un posto, quelle parole restano lì.

L’albero delle parole: l’autrice

Teolinda Gersão appartiene alla generazione di scrittrici portoghesi emerse dopo la Rivoluzione dei Garofani del 1974 e che hanno rotto il monopolio maschile sulla narrativa del paese. Il confronto più frequente è con Clarice Lispector per la prosa poetica, il flusso di coscienza, la voce femminile al centro. La stessa autrice ha preso le distanze da questo paragone ed è facile capire il perché: dove Lispector tende all’astrazione metafisica, lei resta con i piedi piantati nella storia e nella società. C’è più concretezza, più corpo.

Per il tema coloniale, il parallelo più utile è con Lídia Jorge e il suo La riva dei mormorii, anche quello ambientato in Mozambico e con uno sguardo femminile su un mondo che finisce. Ma L’albero delle parole è più intimo, più dentro le mura di casa. Non è un romanzo sul colonialismo nel senso didascalico del termine, non ci sono eroi e cattivi, non c’è nessuna tesi da dimostrare. C’è una famiglia che porta su di sé, ognuno a modo suo, il peso di un sistema che schiaccia tutti, anche chi crede di starne in cima.

Chi dovrebbe leggere L’albero delle parole

Secondo la mia opinione, L’albero delle parole è adatto per chi riesce a stare dentro una storia anche quando non succede niente di eclatante, perché sa che è in quei momenti quieti che si deposita qualcosa o a chi vuole avvicinarsi alla letteratura portoghese contemporanea passando da una voce femminile, piuttosto che dai soliti nomi maschili.

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Valeria legge libro Venuto al mondo di Doris Lessing

SEO Copywriter e Social Media Manager, mi ritengo una lettrice appassionata. Ho creato Storie in pausa per raccontare il mio rapporto con i libri, quelli che aprono domande più che dare risposte. Quando non lavoro, faccio la mamma e leggo: perché le storie sono il mio modo per restare connessa al mondo e a me stessa.

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