
Devo essere sincera: scrivere la recensione di La carità carnale di Monica Acito non è stato semplice. Ho riletto alcune pagine più volte, ho cambiato idea su certi passaggi e alla fine ho deciso che la cosa più giusta da fare era raccontare esattamente questo: la tensione tra quello che il libro vuole essere e quello che, almeno per me, riesce effettivamente a diventare. Perché La carità carnale di Monica Acito è uno di quei libri che mi hanno lasciata sospesa tra apprezzamento e perplessità.

Titolo originale: La carità carnale
Autore: Monica Acito
Editore: Bompiani
Anno edizione: 2026
Pagine: 464
Genere e forma: Romanzo
Marianeve ha i capelli bianchissimi e viene dal Cilento, da un paese immaginario che si chiama Canfora. Suo padre si chiama Sarchiapone, fa il pizzicagnolo e la ama con la certezza incrollabile che lei sia destinata a cose grandi. Marianeve, da bambina, scopre nello sgabuzzino del negozio di suo padre qualcosa che non sa ancora come chiamare: il potere di guarire gli altri attraverso il proprio corpo.
Quando arriva a Napoli per l’università, quel potere comincia a fare rumore. Tutti la chiamano santa viva. Ed e così che Marianeve incontra, attraverso racconti e i vicoli della città, la figura di Giulia di Marco, suora del Seicento che aveva fatto la stessa cosa: usare il proprio corpo come strumento di cura e di devozione e per questo era stata processata dall’Inquisizione.
Ci sono diversi elementi che mi hanno spinta ad andare avanti nella lettura. La scrittura dell’autrice, prima di tutto: intensa e riconoscibile, capace di momenti di vera forza lirica. La storia di Giulia Di Marco, figura storica realmente esistita, porta nel romanzo un peso che non e solo letterario. E poi c’è quell’intreccio continuo tra sacro e profano che attraversa Napoli e le sue contraddizioni, che Monica Acito conosce bene dall’interno.
Allo stesso tempo, però, alcuni aspetti mi hanno convinta meno. Ho trovato la narrazione piuttosto lenta, soprattutto nella prima parte dedicata all’infanzia di Marianeve nel Cilento. Capisco che l’autrice voglia prendersi il tempo per costruire il mondo prima di abitarlo, ma in certi tratti quella lentezza si trasforma in attrito e il lettore rischia di perdere il filo prima ancora che la storia decida dove vuole andare.
C’è poi la questione del Cilento. L’autrice è originaria della zona, conosce quelle terre, e si vede, ma il modo in cui vengono raccontate le aree interne, lo spopolamento, la miseria dignitosa di Sarchiapone, mi ha convinta solo a metà. In alcuni passaggi ho avuto la sensazione di una rappresentazione che guarda più al passato che al presente, che cristallizza il Sud in una forma quasi mitologica che rischia di restare chiusa in se stessa.
L’uso del dialetto, poi, è la scelta più divisiva del libro. Monica Acito mescola italiano, napoletano e dialetto della provincia di Salerno con una coerenza che è parte del suo progetto stilistico. Per chi è dentro quella lingua, o almeno nelle sue vicinanze, è un elemento che arricchisce. Per chi ne è lontano, può diventare un ostacolo reale. Non è un difetto in senso assoluto, ma qualcosa di cui chi si avvicina al libro ha il diritto di sapere.
La carità carnale dialoga apertamente con una tradizione letteraria ben precisa. L’ombra di Anna Maria Ortese e del suo Il mare non bagna Napoli si sente nella Napoli di Marianeve, in quello spaesamento tipicamente partenopeo tra grandezza e degrado. Il realismo magico di Gabriel Garcia Marquez e un riferimento che Monica Acito ha citato esplicitamente nelle interviste e che si avverte nella struttura del romanzo, nel suo respiro narrativo largo, nella capacità di tenere insieme il concreto e il prodigioso senza che l’uno cancelli l’altro.
Non si può ignorare, poi, che la figura di Giulia Di Marco era già stata al centro di un romanzo: Io, Partenope di Sebastiano Vassalli (Rizzoli, 2015, postumo). Il confronto è inevitabile e onestamente Monica Acito non lo teme: il suo è un progetto di scrittura completamente diverso, interessato alla finzione e all’affabulazione più che alla ricostruzione storica, ma chi ha letto Vassalli non può non portarsi dietro quel precedente.
Nel canone della narrativa italiana contemporanea, il libro si colloca in una zona che sta diventando sempre più affollata e interessante, quella della scrittura meridionale che non vuole essere né folklore né denuncia, ma racconto puro. Ci si mette bene, con una voce che non imita nessuno.
La carità carnale e il secondo romanzo di Monica Acito, dopo l’esordio Uvaspina (Bompiani, 2023). Chiunque abbia letto Uvaspina troverà qui molte continuità: la stessa energia linguistica, lo stesso impasto di dialetto e italiano, la stessa Napoli “divina e diabolica”, una certa predilezione per i personaggi che portano nel corpo qualcosa di eccedente rispetto alle aspettative della comunità.
La differenza strutturale più significativa è nel centro affettivo del racconto. In Uvaspina c’era la madre, qui c’è il padre. Sarchiapone e uno dei personaggi più riusciti del libro: vulnerabile, sacrificale, non idealizzato, il rapporto tra lui e Marianeve e il vero motore emotivo della storia, quello che trattiene il lettore anche quando la trama rallenta.
Con questo secondo romanzo Monica Acito alza la posta, lo si sente. L’ambizione è maggiore, la struttura è più complessa, il materiale storico aggiunge un livello di profondità che nell’esordio non c’era. Non sempre tutto regge con la stessa tensione, ma il tentativo è serio e merita di essere riconosciuto come tale.
Nonostante le mie perplessità, non è un libro che mi sento di sconsigliare. Anzi, credo sia una lettura capace di suscitare riflessioni, domande e punti di vista diversi, come è successo a me. È un romanzo che ha qualcosa da dire sul corpo femminile, sulla devozione, sul potere e sul modo in cui le comunità lo gestiscono quando appartiene a una donna. Questi temi contano e Monica Acito li affronta con una voce che è davvero sua.
Se siete lettori che amano la scrittura densa, il Sud raccontato senza cartoline, i romanzi che mescolano storia e finzione, La carità carnale di Monica Acito é probabilmente il vostro libro. Se cercate un romanzo più agile, più lineare, con un ritmo narrativo costante, potreste trovare qualche ostacolo, ma anche in quel caso, alcune pagine vi rimarranno.
Per me è stato uno di quei libri che si continua a pensare dopo averlo chiuso e, forse, alla fine, e la misura che conta di più.