
Ammetto di aver guardato l’uscita di Duramadre di Erica Cassano con grande curiosità. Ho letto La grande sete nel 2025, un esordio che mi ha lasciato qualcosa, ma con qualche riserva che non riuscivo a mettere del tutto a fuoco. Anna, la protagonista, mi aveva convinta a metà, una figura capace di portare il peso di un’epoca intera sulle spalle, ma che in certi momenti mi sembrava più trascinata dagli eventi che capace di dominarli, brava a sopravvivere, meno brava a scegliere.
A marzo ho assistito alla presentazione del libro alla Mondadori di Giugliano, ho ascoltato Erica Cassano parlare del suo libro e sono tornata a casa con Duramadre in borsa. In cuor mio già sapevo che non avrei aspettato molto ad aprirlo.
Non mi ha delusa.

Titolo: Duramadre
Autrice: Erica Cassano
Editore: Garzanti
Anno di edizione: 2026
Pagine: 336
Genere: Romanzo storico
Duramadre è ambientato nel 1963, in un piccolo paese immaginario dell’entroterra calabrese che l’autrice chiama Paese Nuovo. La protagonista è Celeste, una maestra napoletana di quasi quarant’anni, nubile, che ha lasciato Napoli per seguire Tonio, un supplente calabrese più giovane di lei di undici anni, conosciuto durante un anno di insegnamento fuori sede.
Il primo giorno di scuola, Celeste entra in aula e non trova nessuno. I bambini non ci sono. Nessuna famiglia li ha mandati. Basta essere «la vecchia» — così la chiamano in paese — basta essere donna sola, forestiera, con una storia che non torna, per essere già condannata prima ancora di aprire bocca.
Da quel momento in poi il romanzo si muove su due piani: il presente del 1963, con Celeste che si inserisce nella famiglia di Tonio e cerca di riportare i bambini in classe e una serie di flashback sull’infanzia e l’adolescenza dei personaggi, che illuminano a poco a poco i non detti, le vergogne private, le maledizioni che pesano sulla famiglia. Sullo sfondo, l’Italia che corre verso il boom economico — i telefoni che arrivano, la speranza che cresce — ma «non lì».
Il titolo del libro prende il nome da un termine anatomico: la dura madre è la membrana più esterna che protegge il cervello ed Erica Cassano lo usa come metafora della forza necessaria per difendere la propria interiorità in un ambiente ostile. Non è una storia di formazione nel senso classico perché Celeste è già adulta, già emancipata, già formata. È da considerare una storia di resistenza.
Rispetto a La grande sete, qui Erica Cassano fa un passo avanti preciso e riconoscibile. La maturità che sentivo mancare nell’esordio — nella costruzione della protagonista più che nello stile — in Duramadre c’è. Celeste non è in balia degli eventi. Sa dove si trova, sa cosa vuole, sa perché è lì. Porta un segreto che non ha ancora avuto il coraggio di dire a Tonio e quella reticenza non è debolezza, è una scelta che paga, e della quale si assume la responsabilità.
C’è anche una maturità formale. Il doppio piano temporale — presente e flashback — funziona perché non è decorativo, ogni ritorno al passato aggiunge uno strato di comprensione ai personaggi del presente, la struttura serve la storia, non il contrario.
Lo stile è quello che Erica Cassano aveva già mostrato nell’esordio, piano, diretto, scarnificato, con frasi che non chiedono di essere ammirate. In Duramadre però la scrittura porta di più, perché i personaggi secondari hanno più peso specifico. Laura, la madre di Tonio, è costruita con una cura che nell’esordio i personaggi intorno ad Anna non avevano. È ostile, è chiusa, è dura — «un enorme pallone che riempie la casa e ingombra ogni spazio», come pensa Celeste in un momento — eppure non è una maschera. Ha una storia e quella storia spiega tutto senza giustificare niente.
Una cosa che apprezzo è la scelta di non ancorare il romanzo a un luogo reale. Paese Nuovo è un paese immaginario e questo lo rende paradigmatico invece che documentario. Non siamo a Crotone, non siamo a Cosenza, siamo nel Sud come forma mentis, nel paese come organismo che fagocita e protegge allo stesso tempo, che ti segna prima ancora di conoscerti. È una scelta rischiosa — qualcuno la percepirà come mancanza di radicamento — ma a me ha convinto, perché lascia al romanzo la libertà di parlare di qualcosa di più largo.
Il punto dove il romanzo è meno sicuro di sé è nella chiusura tematica. La formula finale — «Se nessun posto è casa, l’amore è la terra a cui tornare» — è bella, ma è anche troppo rotonda. Come se il libro avesse bisogno di dirci dove atterrare, quando in realtà aveva già fatto il lavoro.
Alcune pagine le ho segnate non perché siano belle in senso ornamentale, ma perché dicono qualcosa che non si dimentica facilmente. Questa, per esempio, su Tonio schiacciato dal giudizio del padre:
Ti diranno che devi stare zitto e che ti devi fermare. E tu lo devi fare. Non c’è tanto da fare discussioni.
O la descrizione del momento in cui il treno lascia la Calabria, che Erica Cassano usa in un pezzo autobiografico e che nel romanzo acquista un senso doppio — di fuga e di perdita allo stesso tempo:
L’ultima cosa che vedo del paese è l’isola di roccia e alberi che ristagna nel mare desolato. Ha la faccia triste di un cane che mi guarda andare via.
Sono immagini concrete, non metafore a effetto. È il tipo di scrittura che fa sembrare le cose esattamente come sono, senza insistere.
Sarebbe facile — e pigro — inserire Erica Cassano nella scia di Elena Ferrante. Il confronto è inevitabile quando si parla di donne e Sud, ma regge solo in superficie. Duramadre dialoga con una tradizione più larga e più antica: con il Sud arcaico e immobile di Corrado Alvaro (Gente in Aspromonte) e di Carlo Levi, con la Napoli di Anna Maria Ortese — quell’organismo che fagocita uomini e donne» descritto ne Il mare non bagna Napoli — e con la linea di Donatella Di Pietrantonio, che in L’Arminuta ha costruito una protagonista straniata in modo analogo: spostata, non capace di appartenersi né al posto che ha lasciato né a quello in cui è arrivata.
Il confronto che trovo più interessante, però, è con Elsa Morante, non tanto per lo stile — Morante è più visionaria, più densa — quanto per il modo in cui entrambe costruiscono il Sud come luogo dell’anima prima ancora che geografico. In Duramadre Paese Nuovo funziona come funzionano certi luoghi morantiani: non sono dove siamo, sono ciò che siamo.
C’è anche un aspetto storico che vale la pena non trascurare: il 1963 è l’anno in cui entra in vigore la legge sulla scuola media unica, quella che porta l’obbligo scolastico a quattordici anni. La presenza stessa di Celeste in quell’aula è un fatto politico, non solo sentimentale. E il fatto che il paese non mandi i bambini a scuola lo è altrettanto. Duramadre non è un romanzo di tesi, ma sa dove si trova nella storia.
Se hai amato L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio o Il treno dei bambini di Viola Ardone, Duramadre fa per te. Se cerchi un romanzo che ti prenda di corsa, tienilo in conto ma sappi che il ritmo è quello del paese: lento, ostinato, con i colpi di scena che arrivano quando meno te li aspetti. Se ami le storie di donne che scelgono — non che subiscono, non che sopravvivono, ma che scelgono davvero — allora questo libro ha qualcosa da dirti.