
Ci sono libri che capisci subito da dove vengono, non nel senso geografico, ma nel senso emotivo, sai, leggendoli, che l’autrice non stava raccontando una storia qualunque, ma voleva raccontare qualcosa che, altrimenti, non avrebbe potuto dire. Meglio così di Amélie Nothomb rientra in quest’ultima categoria e ora ti spiego il perchè.

Titolo originale: Meglio così (Tant mieux)
Autrice: Amélie Nothomb
Editore: Voland (collana Amazzoni)
Anno edizione: 2026
Pagine: 132
Genere: Romanzo
Il romanzo inizia nell’estate del 1942. Adrienne ha 4 anni e viene mandata dalla nonna materna a Gand per sfuggire ai bombardamenti su Bruxelles. È una nonna che di affettuoso non ha quasi niente: rigida, capace di rendere quei mesi un piccolo inferno domestico fatto di punizioni quotidiane, cibo imposto e umiliazioni silenziose. L’unica creatura che ama è Pneu, un gatto obeso e sprezzante. L’unica cosa che nutre la bambina, in un senso più profondo, è una formula sentita dalla madre: «Meglio così», parole di cui non capisce ancora il significato pieno, ma ne percepisce la forza, una specie di mantra di sopravvivenza.
La storia segue Adrienne nell’infanzia e nell’adolescenza, conosciamo la sua famiglia dove c’è poco calore e molto silenzio. Nelle ultime trenta pagine, succede qualcosa che ribalta tutto: l’autrice rivela che Adrienne è sua madre, Danièle Scheyven, morta l’11 febbraio 2024. La narrazione, quindi,passa dalla terza persona alla prima e quelle pagine finali diventano una lettera d’amore diretta, senza protezioni.
È un congegno narrativo preciso e, una volta che ci sei dentro, quasi inevitabile, tutto quello che hai letto fino a quel momento acquista un peso diverso.
Amélie Nothomb ha 34 romanzi alle spalle e da anni divide i lettori tra chi la segue con devozione e chi trova la sua produzione troppo seriale, troppo uguale a se stessa. Finora io mi sono tenuta fuori, ammetto di non aver letto alcun suo libro fino a marzo e ora conto di recuperare, è diventata l’autrice a cui ricorrere quando si ha poco tempo a disposizione e la voglia di andare sul sicuro.
Meglio così mi ha sorpresa. La prima parte ha tono di fiaba nera (la nonna crudele, la bambina indifesa, la formula magica) e funziona proprio perché Amèlie Nothomb non scade nel melodramma. C’è ironia, c’è distanza, c’è quello stile affilato che le appartiene. È nella svolta finale che il libro trova il suo centro di gravità, il passaggio dalla terza alla prima persona non è solo un espediente, è il momento in cui la scrittrice smette di proteggersi e dice quello che non riusciva a dire.
Ha spiegato lei stessa, durante la presentazione a cui ho assistito a Caserta la città delle donne, perché ha scelto la terza persona per quasi tutto il libro:
«Non conoscevo mia madre bambina. Avevo informazioni su di lei, non da lei».
C’è una differenza sottile ma importante tra l’una e l’altra cosa e Nothomb la conosce bene.
Quello che trovo più interessante, però, è la scelta di cosa raccontare. Non la malattia, non la morte, non il lutto nella sua forma più ovvia, ma l’infanzia, la madre prima di essere madre. Un atto di restituzione, ovvero ridare alla donna che ti ha messa al mondo la vita che era sua prima ancora che tua.
Il «meglio così» del titolo funziona su due livelli, è il mantra di una bambina di 4 anni nella Gand del 1942 ed è la postura della figlia scrittrice di fronte al lutto. Non è rassegnazione, come Nothomb ha tenuto a precisare, è qualcosa di più attivo: «far trionfare la vita, la voglia di vivere», anche quando non ci riesce del tutto. «Ci ho provato», ha detto, «ma per me è più difficile che funzioni».
Non è la prima volta che la letteratura si mette al servizio del lutto per una madre. Meglio così si inserisce in una genealogia di libri che hanno cercato di fare la stessa cosa con strumenti diversi. Albert Cohen con Il libro di mia madre ha creato il modello del tributo letterario come resistenza all’oblio. Annie Ernaux con Una donna ha raccontato la madre cercando di catturare «la donna reale, quella che esisteva indipendentemente da me», esattamente l’operazione che tenta Nothomb nel ricostruire l’infanzia di Adrienne. Romain Gary con La promessa dell’alba condivide con lei l’umorismo accanto alla tenerezza, la madre come motore di sopravvivenza.
Nella produzione più recente, mi viene in mente Crying in H Mart di Michelle Zauner, dove il cibo diventa il filo che connette madre e figlia oltre la morte, non distante dalla centralità del cibo nella prima parte di Meglio così, dove diventa strumento di potere e di umiliazione. E poi, nella letteratura italiana, le madri di Natalia Ginzburg, che emergono attraverso il linguaggio quotidiano del Lessico famigliare.
L’originalità di Nothomb rispetto a questa tradizione è nel registro: la fiaba, il tono quasi leggero, che non alleggerisce ma permette di avvicinarsi senza essere travolti. E nella struttura a rivelazione, che trasforma retroattivamente l’intera lettura.
Meglio così è il trentaquattresimo romanzo di Amélie Nothomb e completa il dittico familiare iniziato con Primo sangue, dedicato al padre Patrick. Due libri, due genitori, due approcci molto diversi.
Per il padre aveva usato la prima persona, per la madre la terza, con la prima che emerge solo nel finale. Riflette, credo, una diversa natura del legame: «Un amore molto equilibrato con mio padre e un amore molto passionale con mia madre». La passione è sempre più difficile da guardare direttamente.
C’è anche un equivoco che l’autrice ha voluto correggere. Per trent’anni, i lettori hanno associato i suoi personaggi materni crudeli alla sua vera madre, ma lei li ha sempre rivendicati come pura invenzione. Meglio così è, tra le altre cose, la sua risposta a quell’equivoco.
Sì, ma voglio essere precisa su chi penso amerà questo libro in modo particolare.
Lo amerà chi ha perso una madre e non ha ancora trovato le parole per dirlo, chi ha avuto una madre difficile da amare e si ritrova a farlo comunque. Chi conosce già Amélie Nothomb e ne segue la traiettoria da anni e, chi, come me, crede che la scrittura non sia solo un modo di raccontare le cose, ma a volte l’unico modo per riuscire a viverle.