Nel nome di un’altra di Tamar Ohrenstein: recensione

Nel nome di un’altra di Tamar Ohrenstein appartiene alla categoria dei libri che fai fatica a mettere giù, è una storia dalla trazione narrativa talmente forte che vuoi sapere subito come va a finire e chi è davvero Mati. 

Tamar Ohrenstein è un’autrice israeliana che vive a Gerusalemme da quarant’anni, ingegnera di formazione, arrivata alla scrittura dopo una carriera come programmatrice. In Italia è praticamente una debuttante, pubblicata dalla casa editrice indipendente Be Strong Edizioni.

Titolo: Nel nome di un’altra

Autrice: Tamar Ohrenstein

Editore: Be Strong Edizioni

Anno di edizione: 2026

Pagine: 336

Genere: Romanzo

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Di cosa parla Nel nome di un’altra

Tel Aviv, 1970. Mati ha una vita che funziona: un uomo che ama, un matrimonio che si avvicina, una quotidianità stabile. Improvvisamente, i suoi genitori muoiono in un incidente d’auto e si trova da sola a fare quello che si fa dopo una perdita: rimettere ordine, aprire cassetti, sistemare carte. È in uno di quei cassetti che trova qualcosa che non dovrebbe esistere. Una foto. Un biglietto. Una crepa che diventa voragine.

Da quel momento il romanzo cambia marcia, non è più solo la storia di un lutto, diventa la storia di una donna che scopre di non essere chi credeva di essere, che deve fare i conti con un’identità costruita su un segreto. La trama di Nel nome di un’altra si muove su due piani, il presente di Mati che cerca e il passato che rivela e Tamar Ohrenstein gestisce questo doppio binario con una precisione che non lascia spazio alla noia.

Non dico di più sulla trama perché buona parte del piacere di questo libro sta proprio nell’inseguire le rivelazioni pagina dopo pagina. Posso dire che il viaggio di Mati la porta lontano da Tel Aviv e che quello che trova non è esattamente quello che cercava.

La tensione come struttura

Il punto di forza più evidente di Nel nome di un’altra è la costruzione della tensione, l’autrice dosa le informazioni con una disciplina che ricorda certa narrativa anglosassone di genere: ogni capitolo chiude con un appiglio, ogni risposta apre una nuova domanda. È una tecnica collaudata, non originale, ma funziona. Funziona perché l’autrice ha costruito una protagonista in cui è facile entrare – Mati non è un’eroina, è una persona che cerca di capire – e perché il mistero al centro del romanzo ha radici abbastanza profonde da reggere trecento pagine senza sgonfiarsi.

Chi legge romance storici di ricerca delle origini riconoscerà il meccanismo: la lettera ritrovata, l’oggetto che non dovrebbe esserci, il viaggio che diventa scoperta. Kate Morton e Lucinda Riley hanno reso questo schema quasi un genere a sé e Tamar Ohrenstein lo usa consapevolmente, radicandolo in un contesto preciso (Israele, 1970 e i segreti che una giovane nazione porta con sé) che gli dà una specificità rara. Non è l’Inghilterra edoardiana, non è il Sud America coloniale. È un posto preciso, con una storia precisa e questo fa differenza.

Nel nome di un’altra: cosa dice davvero il titolo

Il titolo è la cosa più riuscita del libro e non è un complimento di poco conto. Nel nome di un’altra dice in quattro parole il tema centrale del romanzo: vivere una vita che appartiene a qualcun’altra, portare un nome che non è il tuo, costruire un’identità su una storia che non è la tua storia. È un’intuizione che chiama in causa una tradizione letteraria precisa – penso a L’omonimo di Jhumpa Lahiri, dove il nome è la prigione da cui evadere, o a La storia dell’amore di Nicole Krauss, dove i nomi ereditati diventano destini – ma che in questo romanzo viene declinata in modo popolare, accessibile, senza il peso della sperimentazione formale.

Tamar Ohrenstein non è Lahiri e non vuole esserlo, il suo registro è quello del romanzo di intrattenimento, i dialoghi sono funzionali, la prosa è ordinata. Ma la domanda che muove il libro: chi sono io se non sono chi credevo di essere? è la stessa che muove molta della narrativa identitaria contemporanea e il fatto che arrivi in una forma così leggibile non la rende meno vera.

In Italia, dove arriva attraverso una casa editrice indipendente, l’autrice non ha ancora un pubblico e questo romanzo potrebbe costruirne le basi, a patto che chi legge sia disposto a incontrare un’autrice che lavora con strumenti di genere ma ha qualcosa di più specifico da dire.

Il mio parere su Nel nome di un’altra

Nel nome di un’altra è un romance storico che funziona e che fa quello che deve fare: ti tiene compagnia, ti trascina avanti, ti fa venire voglia di sapere come va a finire. Ha qualche ingenuità di costruzione e si sente, in certi passaggi, che il testo è passato attraverso più lingue prima di arrivare in italiano, ma queste sono riserve di natura tecnica, non sostanziale.

Quello che resta, finito il libro, è la sensazione di aver letto una storia che aveva davvero qualcosa da dire sull’identità, sul lutto, su cosa significa scoprire che la tua vita è stata costruita su un segreto. Per un romanzo di genere, è più di quanto molti riescano a ottenere.

Se hai già letto Morton, Riley, Wingate, qui trovi qualcosa di familiare ma con un sapore diverso, se è la prima volta che ti avvicini a questo tipo di narrativa, Nel nome di un’altra di Tamar Ohrenstein è un buon punto di ingresso.

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Storie in pausa

Valeria legge libro Venuto al mondo di Doris Lessing

SEO Copywriter e Social Media Manager, mi ritengo una lettrice appassionata. Ho creato Storie in pausa per raccontare il mio rapporto con i libri, quelli che aprono domande più che dare risposte. Quando non lavoro, faccio la mamma e leggo: perché le storie sono il mio modo per restare connessa al mondo e a me stessa.

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