
Gennaio è stato un mese di letture eterogenee e non particolarmente numerose, ho letto quattro libri molto diversi tra loro per genere ed epoca, ma ognuno è stato capace di suscitare profonde riflessioni.
Si spazia da un classico gotico dell’Ottocento a opere contemporanee della narrativa italiana, passando per un memoir intimo e un romanzo poetico ambientato nel dopoguerra.
Di seguito presento una breve sinossi dei libri letti a gennaio 2026, anticipando i temi principali in attesa delle recensioni complete che pubblicherò prossimamente.
Frankenstein è un romanzo gotico del 1818 che racconta l’angosciante storia di Victor Frankenstein, uno scienziato brillante ossessionato dal mistero della creazione della vita. Nel suo laboratorio, Frankenstein riesce a dare vita a una creatura assemblata con parti di cadavere, salvo poi inorridire di fronte al mostro che ha generato.
La vicenda segue le tragiche conseguenze di questo atto prometeico: la creatura, dotata di sensibilità e intelligenza, soffre per la solitudine e il rifiuto da parte degli uomini, mentre il suo creatore è consumato dal senso di colpa e dal conflitto interiore. Attraverso elementi horror e fantastici, Mary Shelley solleva questioni etiche profondissime sull’ambizione scientifica e la responsabilità morale: chi è il vero mostro, la creatura deforme oppure lo scienziato che l’ha abbandonata? Nasce così una moderna favola nera che si è imposta nell’immaginario collettivo come mito universale, in cui il mostro risulta più umano del suo creatore.
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Le perfezioni (Bompiani, 2022) è un romanzo breve ma incisivo che ritrae con sguardo lucido la vita di una coppia di trentenni italiani emigrati a Berlino. Anna e Tom sembrano condurre l’esistenza perfetta: lavori creativi senza orari fissi, un luminoso appartamento colmo di piante, amici cosmopoliti e serate mondane.
La loro quotidianità appare curata e affascinante come un feed di Instagram ma, dietro questa facciata idilliaca, cresce un’inquietudine sottile e profonda. Il lavoro diventa ripetitivo, molti amici tornano in patria, le ambizioni artistiche e politiche si affievoliscono e i protagonisti iniziano a sentirsi intrappolati in una vita tanto impeccabile quanto priva di senso autentico.
Vincenzo Latronico esplora con acutezza i sogni e le disillusioni di una generazione, costruendo una parabola amara sulle nostre vite assediate dalle immagini dei social media. Le perfezioni pone dunque l’accento sulla ricerca di un’autenticità sempre più fragile nell’era dell’apparenza: esiste davvero qualcosa di più vero oltre la patina perfetta che mostriamo agli altri? Il romanzo non offre facili risposte, ma dipinge con precisione sociologica il senso di inquietudine e precarietà identitaria dei giovani adulti contemporanei.
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In Nostra solitudine (Mondadori, 2025) Daria Bignardi ci accompagna in un viaggio insieme personale e universale nel significato della solitudine. L’autrice intreccia memorie autobiografiche, riflessioni intime e reportage dai suoi viaggi in luoghi lontani e talora estremi per esplorare una condizione umana sempre più centrale nel nostro tempo.
Il libro si sviluppa come un memoir atipico: Daria Bignardi parte da due domande chiave
Quando ho iniziato a soffrire la solitudine? E quando ho smesso di viverla come una mancanza, sentendomi invece libera?
e da un quesito provocatorio legato all’identità di genere:
Se fossi nata uomo, mi sarei sentita allo stesso modo?
Attraverso questi interrogativi, il racconto mette a nudo il profondo legame tra la solitudine e la condizione femminile, toccando temi come il peso delle aspettative sociali, il senso di colpa, il ruolo di madre e di compagna e la fatica di ritagliarsi uno spazio per sé.
Nostra solitudine diventa così una meditazione sul contrasto tra l’isolamento sofferto e quello scelto: l’autrice giunge infatti a proporre una nuova prospettiva in cui la solitudine non è più vista come stigma o condanna, bensì come scelta consapevole, indipendenza interiore e opportunità di autenticità nelle relazioni.
Con una voce limpida e ironica, l’autrice invita il lettore a considerare la solitudine non solo come una ferita da sanare, ma anche come una possibilità da rivendicare per conoscersi davvero.
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Montedidio (Feltrinelli, 2001) è un breve romanzo di formazione, ambientato in un quartiere popolare di Napoli brulicante di vita e di umanità. Protagonista è un ragazzino di tredici anni che, lasciata la scuola, inizia a lavorare come apprendista nella bottega di un falegname, Mast’Errico.
Nelle pagine scritte come un diario in prima persona, il ragazzo racconta il suo passaggio all’età adulta: di giorno impara il mestiere e si destreggia tra l’italiano e il dialetto, di sera riempie una bobina di carta con i propri pensieri in una casa modesta. Il ragazzo custodisce due doni speciali: uno è un bùmeran (boomerang) di legno, regalatogli dal padre e portato sempre con sé, con cui si allena di nascosto sul terrazzo sognando di vederlo volare lontano. L’altro è l’amicizia con un anziano calzolaio ebreo, Rafaniello, ospite della bottega, che porta sulle spalle una misteriosa gobba da cui, secondo una profezia, un giorno spunteranno ali per farlo volare via verso la Terra Santa.
Nel microcosmo di Montedidio – il Monte di Dio, altura di tufo che domina Napoli – si intrecciano le vite e i sogni di questi personaggi umili: il ragazzo scopre l’amore iniziando una tenera relazione con Maria, una coetanea vicina di casa, mentre Rafaniello attende pazientemente il compimento del suo destino. La notte di Capodanno, dal tetto del palazzo, giungerà il momento liberatorio in cui si sciolgono tensioni e speranze: tra botti e fuochi d’artificio, il boomerang spicca finalmente il volo e la profezia di Rafaniello si realizza sotto forma di un battito d’ali miracoloso.
Con una prosa poetica intrisa di dialetto napoletano, Erri De Luca tratteggia una favola contemporanea sull’innocenza e la crescita, restituendo il ritratto vivissimo di un luogo – Montedidio stesso – che diventa simbolo di resilienza, di miseria e nobiltà, di piccole magie quotidiane nascoste tra i vicoli di Napoli.
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