
C’è qualcosa di profondamente voyeuristico, eppure tremendamente pudico, in L’uso della foto, ultima fatica letteraria di Annie Ernaux e Marc Marie, pubblicata a novembre in Italia da L’Orma editore.
Sin dalle prime pagine mi sono trovata davanti a un esperimento letterario molto interessante, che mi ha costretto a ripensare il confine tra pubblico e privato, tra corpo e parola, tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde.

Titolo originale: L’uso della foto (L’usage de la photo)
Autore: Annie Ernaux e Marc Marie
Editore: L’Orma
Anno di pubblicazione: 2025 (edizione italiana)
Pagine: 168
Genere e forma: romanzo scritto secondo la tecnica dell’ecfrasi
L’uso della foto nasce da un rituale intimo e preciso. Dopo ogni incontro amoroso, Annie Ernaux e Marc Marie fotografano ciò che resta: vestiti abbandonati, scarpe rovesciate, lenzuola stropicciate. Non i corpi, mai i corpi, solo le tracce, l’archeologia di un desiderio appena consumato. Le immagini, scattate nel corso del 2003, diventano poi il pretesto per una scrittura doppia, parallela, mai concordata, ognuno dei due autori sceglie alcune fotografie e le descrive, le racconta, le trasforma in parole, sempre in solitudine, «senza mai mostrare né accennare nulla all’altro».
Ma c’è un’altra scena, invisibile nelle fotografie, eppure presente nel testo, la malattia. Il 2003 è per Annie Ernaux l’anno dell’operazione al seno, della chemioterapia, del confronto con la fragilità del corpo. Così le immagini di un’intimità felice si intrecciano con il racconto della perdita, della paura, del tempo che scorre diversamente quando sai che potrebbe finire.
Quello che mi ha colpito di più leggendo L’uso della foto è la tecnica narrativa scelta, ovvero l’ecfrasi, un termine che suona antico, quasi polveroso, ma che qui diventa modernissimo. L’espediente usato altro non è che la descrizione letteraria di un’opera d’arte visiva, una traduzione dal linguaggio delle immagini a quello delle parole. Gli autori la usano per parlare di fotografie che non vedremo mai (nel libro originale francese sono presenti, ma restano comunque mediate dalla scrittura), costringendoci a immaginare ciò che loro vedono.
E qui sta il genio dell’operazione: L’uso della foto di Annie Ernaux e Marc Marie non è un libro illustrato, è un libro che crea immagini attraverso la parola. Ogni testo diventa una fotografia mentale, più intima e personale di qualsiasi scatto reale. Come scrive l’autrice:
il più alto grado di realtà sarà raggiunto solo se queste fotografie scritte si trasformeranno in altre scene nella memoria dei lettori.
Ho trovato questo approccio tremendamente coraggioso, in un’epoca dominata dall’immagine, dove tutto deve essere mostrato, condiviso, esibito, gli autori scelgono l’invisibile, descrivendo l’intimità senza mostrarla e parlando del corpo senza fotografarlo.
L’uso della foto si inserisce perfettamente nella bibliografia di Annie Ernaux, premio Nobel per la letteratura nel 2022. Tutta la sua opera è un’esplorazione del confine tra vita e scrittura, tra esperienza e narrazione. Da Gli anni a Memoria di ragazza, da Il posto a Una donna, ha fatto della propria esistenza un materiale letterario, senza mai cadere nel narcisismo o nell’autocompiacimento.
Qui, però, c’è una novità, l’uso della doppia voce. Marc Marie non è solo il compagno, il coautore, è un altro sguardo, un’altra prospettiva e, il fatto che i due testi siano scritti separatamente, senza confronto, crea una tensione fertile. A volte convergono, a volte divergono. Lui vede qualcosa che lei non nota, lei ricorda dettagli che lui ha dimenticato. È come se il libro fosse uno stereoscopio letterario, che restituisce profondità proprio grazie alla differenza tra i due punti di vista.
Leggendo L’uso della foto, ho pensato a Roland Barthes e alla sua Camera chiara, al modo in cui Barthes parlava della fotografia come “certificato di presenza”. Annie Ernaux e Marc Marie sembrano rispondere a Barthes, ma da un’altra angolazione, per loro la fotografia non certifica la presenza, ma l’assenza, ciò che resta è già passato, già perso.
Ho pensato anche a Marguerite Duras, al suo modo di intrecciare desiderio e malattia, corpo e scrittura. Non mancano i collegamenti con Susan Sontag, che in Davanti al dolore degli altri rifletteva sul rapporto tra fotografia e sofferenza, ma se la Sontag parlava del dolore pubblico, della guerra, del trauma collettivo, qui siamo di fronte a un dolore privato, domestico, eppure non meno reale.
Dirò una cosa che forse suona banale, ma che sento profondamente: L’uso della foto è un libro che non si dimentica. È breve – solo 168 pagine – eppure densissimo, non è un romanzo che si divora in una sera, è un libro che si lascia decantare lentamente.
Ho trovato l’esperimento perfettamente riuscito. La tecnica dell’ecfrasi funziona perché non è mai fine a se stessa, è sempre al servizio di una necessità narrativa ed emotiva. Annie Ernaux e Marc Marie non descrivono fotografie per il gusto della descrizione, lo fanno per dire l’indicibile e dare forma a un’esperienza che altrimenti resterebbe muta.
Certo, non è un libro per tutti, richiede una certa disponibilità alla sperimentazione, una sensibilità per le sfumature. Chi cerca una trama nel senso tradizionale rimarrà deluso. Ma chi è disposto ad abbandonarsi al flusso delle immagini e delle parole, chi accetta di entrare in un territorio di confine tra fotografia e letteratura, tra diario e finzione, troverà un’autenticità che non ha bisogno di esibizionismo, un’intimità che non si vergogna di essere tale.
Alla fine, L’uso della foto di Annie Ernaux e Marc Marie è un libro sulla resistenza. Resistenza all’oblio, alla malattia, alla fine dell’amore. Ma anche resistenza alla spettacolarizzazione dell’intimità, alla tirannia dell’immagine istantanea e condivisa. In un’epoca in cui tutto viene fotografato e dimenticato in pochi secondi, gli autori ci ricordano che le immagini possono ancora essere uno strumento di conoscenza e di memoria.
E forse, proprio in questo, sta la vera attualità del libro, non nella sua forma sperimentale, ma nel suo invito a guardare più lentamente, a vedere meglio, a trasformare le tracce dell’effimero in qualcosa di duraturo. Perché, come scrive Ernaux,
fotografare è già ricordare.