Frankenstein di Mary Shelley: recensione

Quando sono arrivata all’ultima pagina di Frankenstein di Mary Shelley, ammetto di essere rimasta in silenzio per diversi minuti, con il libro ancora tra le mani. Hai presente quella sensazione a fine lettura di avere bisogno di tempo per tornare nel mondo reale? Ecco, è successo proprio questo, mi sono accorta di aver trattenuto il respiro sul finale, proprio come se mi trovassi lì con i protagonisti, tra i ghiacci del Polo Nord.

Non capita spesso che un libro scritto più di 200 anni fa riesca ancora a metterti così tanto in crisi, scardinando certezze che credevi granitiche. Pensavo di sapere chi fosse il mostro in questa storia, ma mi sbagliavo, completamente. Mary Shelley mi ha fatto capire quanto fossi presuntuosa nel dare giudizi affrettati, perché lei, una ragazza poco più che adolescente, è riuscita a scrivere qualcosa che ancora oggi fa riflettere su domande scomode: cosa significa essere umani? Dove finisce la scienza e dove inizia l’hybris? Chi sono davvero i mostri che popolano il nostro mondo?

Eppure la giovane Mary ci riesce, eccome se ci riesce, e lo fa con una delicatezza e una profondità che mi hanno lasciata senza parole.

frankenstein di mary shelley

Titolo originale: Frankenstein edizione illustrata

Autore: Mary Shelley

Editore: Rizzoli

Anno edizione: 2015

Pagine: 258

Genere e forma: Romanzo gotico

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Di cosa parliamo quando parliamo di Frankenstein

Partiamo dalle basi, perché sono convinta che molti conoscono Frankenstein di Mary Shelley più per sentito dire che per averlo davvero letto. La trama di Frankenstein è strutturata come una matrioska narrativa, con lettere dentro lettere, storie dentro storie. 

Al centro c’è Victor Frankenstein, uno scienziato ossessionato dall’idea di creare la vita. Ci riesce, ma quando la sua creatura apre gli occhi per la prima volta, Victor scappa terrorizzato da ciò che ha fatto. Da quel momento in poi, le vite del creatore e della creatura si intrecciano in una danza tragica che attraversa montagne, ghiacci e l’Europa intera.

Non voglio rovinarti la lettura svelandoti troppo, ma sappi che questa non è la storia del mostro cattivo che probabilmente hai visto nei film, è qualcosa di molto più profondo e disturbante, è una storia che ti entra dentro e ti costringe a fare i conti con le tue stesse contraddizioni.

Chi è il vero mostro in Frankenstein?

Quello che mi ha colpito fin dalle prime pagine è che Mary Shelley ti mette subito di fronte a una domanda scomoda: dove tracciamo il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Il Dr Frankenstein attraversa questo confine con l’arroganza tipica di chi crede che il sapere scientifico possa tutto, la sua brama di conoscenza lo spinge a superare il limite più estremo, ovvero la morte stessa.

Più andavo avanti nella lettura, più mi rendevo conto che Victor Frankenstein non è affatto l’eroe della storia, anzi, è quasi il vero cattivo, quello che dà la vita al mostro e poi se ne lava le mani, come se la responsabilità non fosse sua, un gesto vile che mi ha inquietata profondamente.

La vittima: il mostro di Frankenstein che non è affatto un mostro

Per me il vero protagonista è lui, la creatura senza nome che tutti chiamano “il mostro di Frankenstein”. Secondo me è qui che Mary Shelley dimostra tutto il suo genio, attraverso i suoi occhi, attraverso le sue parole (sì, perché la creatura racconta la sua storia in prima persona), ho provato una pena devastante, impossibile restare indifferenti di fronte al suo dolore.

La solitudine che trasuda dalle pagine è quasi fisica: immagina di nascere in un mondo che ti rifiuta a prima vista, senza che tu abbia fatto nulla di male. Eppure sei intelligente, sensibile, capace di provare amore, ma vieni trattato come un abominio solo per il tuo aspetto. Tra tutti i personaggi di Frankenstein di Mary Shelley è proprio lui il più umano di tutti, paradossalmente.

Mi sono chiesta: si può davvero biasimare la creatura per le sue azioni? Sinceramente, io credo di no e questo la dice lunga su quanto siamo ipocriti noi esseri umani. Abbiamo paura del diverso, lo respingiamo e poi ci stupiamo di fronte alla sua reazione. Quante volte nella mia vita abbiamo fatto lo stesso? Quante volte abbiamo giudicato qualcuno senza conoscerlo davvero?

Mary Shelley e la tradizione gotica

Non si può parlare di Frankenstein senza considerare il contesto storico in cui è stato concepito. Mary Shelley aveva appena 19 anni quando scrisse l’opera, in una villa sulle rive del lago di Ginevra durante l’estate del 1816, sfidando Byron e Shelley a scrivere una storia dell’orrore e dalla sua penna venne fuori questo capolavoro.

Il romanzo si inserisce perfettamente nella tradizione gotica inglese e fa di più, la supera. Non ci sono solo castelli tenebrosi e atmosfere cupe, c’è una riflessione filosofica e scientifica che anticipa dibattiti che sono attuali ancora oggi. Penso alla bioetica, alla clonazione, all’intelligenza artificiale. Mary Shelley aveva iniziato a porsi domande sul progresso scientifico che noi stiamo ancora cercando di risolvere nel 2026.

Ero benevolo e buono; la miseria mi ha reso un demonio. Rendimi felice e tornerò virtuoso.

La citazione della creatura coinvolge emotivamente perché racchiude tutta la tragedia contenuta nel libro: nessuno nasce mostro. Sono le circostanze, in questo caso il rifiuto e la crudeltà degli altri a trasformarci. È una verità che fa male, perché costringe a guardare le proprie responsabilità verso chi è diverso da noi.

Un piccolo difetto (o forse è solo colpa mia)

Devo essere onesta, c’è una cosa che mi ha lasciata un po’ perplessa: il processo con cui la creatura viene portata in vita rimane vago, nebuloso. Mary Shelley accenna all’elettricità, al galvanismo, ma non entra nei dettagli, magari è stata una mia incapacità di comprensione, o forse l’autrice voleva solo lasciar spazio all’immaginazione.

In ogni caso, è un dettaglio che non rovina minimamente la lettura, ma che mi ha fatta alzare un sopracciglio.

Perché dovresti leggere Frankenstein di Mary Shelley (e farlo subito)

Frankenstein non è solo un classico da spuntare sulla lista dei libri da leggere, è un’esperienza che costringe a metterti nei panni del diverso, dell’emarginato, della creatura. Ti fa domande sulla responsabilità, sul ruolo della scienza, sui limiti che dovremmo o non dovremmo rispettare.

L’edizione Rizzoli che ho letto è particolarmente bella, con illustrazioni che aggiungono atmosfera senza essere invadenti. Le 258 pagine scorrono veloci, nonostante il linguaggio ottocentesco (che comunque non è mai pesante).

Mary Shelley ci ricorda che gli uomini sono solo uomini, non dei e quando proviamo a giocare a fare Dio, le conseguenze sono sempre tragiche, per tutti.

Hai letto anche tu questo capolavoro? Cosa ne pensi della creatura e di Victor Frankenstein, ti sei trovato dalla parte del creatore o della creatura? Lascia un commento e condividi le tue impressioni, mi piacerebbe confrontarmi con altri lettori su questo libro che continua a far riflettere anche a distanza di tempo.

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SEO Copywriter e Social Media Manager, mi ritengo una lettrice appassionata. Ho creato Storie in pausa per raccontare il mio rapporto con i libri, quelli che aprono domande più che dare risposte. Quando non lavoro, faccio la mamma e leggo: perché le storie sono il mio modo per restare connessa al mondo e a me stessa.

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