Recensione Portnoy di Philip Roth

Portnoy ha smesso di lamentarsi. 

Con la nuova edizione italiana intitolata semplicemente Portnoy, Adelphi ripropone uno dei romanzi più famosi e discussi di Philip Roth (originariamente uscito nel 1969 come Il lamento di Portnoy). 

Si tratta di un libro che alla sua prima apparizione scosse pubblico e critica: basti pensare che il grande studioso Gershom Scholem arrivò a scrivere che “questo libro rischia di provocare un secondo Olocausto”, alludendo al contenuto audace e dissacrante della confessione del protagonista. Oggi Portnoy è tornato in libreria con una nuova traduzione a cura di Matteo Codignola, inaugurando la pubblicazione delle opere di Roth nel catalogo Adelphi. 

Vediamo perché questo romanzo-monologo è considerato un classico moderno della letteratura americana, capace di far ridere e riflettere generazioni di lettori.

Copertina Portnoy Philip Roth

Titolo: Portnoy

Autore: Philip Roth

Editore: Adelphi

Pagine: 283

Anno di pubblicazione: 2025

Genere e forma: Romanzo (monologo psicanalitico)

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Informazioni sintetiche sul contenuto del libro

Portnoy è essenzialmente la lunga seduta di psicoanalisi del protagonista Alexander “Alex” Portnoy, un brillante trentenne ebreo di New York, con il dottor Spielvogel come silenzioso terapeuta-ascoltatore. 

In questo monologo fiume, Alex si mette a nudo senza censure, raccontando con ironia e frenesia episodi della propria infanzia e giovinezza, i conflitti familiari e le sue turbolente vicende sessuali. Il romanzo alterna continuamente piani temporali: si passa dai ricordi d’infanzia nella Newark degli anni ’40-’50, dominati da una madre invadente e iperprotettiva e da un padre frustrato, alle esperienze della vita adulta di Alex negli anni ’60, in cui emergono le sue ossessioni erotiche e i tentativi di liberarsi dai sensi di colpa.

Portnoy confessa al suo analista ogni impulso inconfessabile e ogni trauma formativo: dalle prime scoperte dell’autoerotismo, descritte con dettagli provocatori e comici, alle relazioni conflittuali con varie donne soprannominate con appellativi grotteschi (Scimmia, Zucca), a indicarne i tratti caricaturali. 

Il filo conduttore di questo flusso di coscienza è il lamento di Portnoy, una lamentela esistenziale che consiste nel perenne conflitto tra l’educazione etica ebraica, rigidamente morale e piena di tabù e i propri irrefrenabili desideri sessuali e pulsioni trasgressive.

La trama, più che seguire un intreccio lineare, è costruita come un crescendo di confessioni tragicomiche: ogni aneddoto illustrato da Portnoy, dalle scene familiari alle avventure sessuali più estreme, aggiunge un tassello al ritratto psicologico del personaggio e alla satira sociale sottesa. Non svelerò il finale ma, dopo il lungo monologo catartico, prende la parola il dottor Spielvogel, con una breve frase ironica e tagliente, lasciando il lettore con un sorriso amaro e molte riflessioni sulla condizione del protagonista.

Citazioni e reazioni al libro

Uno degli aspetti notevoli di Portnoy sono le sue citazioni memorabili e l’impatto che ebbe sul pubblico dell’epoca. Il romanzo è scritto in forma di seduta psicoanalitica, scelta che Roth fece deliberatamente perché gli permetteva di portare nella narrativa dettagli intimi, vergognosi e linguaggio scurrile che altrimenti sarebbero parsi eccessivi. 

Questo espediente dà vita a pagine piene di frasi pungenti, provocatorie e spesso esilaranti. Ad esempio, Portnoy si chiede: 

Si può sapere cos’avevano questi genitori ebrei per farci sentire principi […] da una parte; e dall’altra seccatori, inetti, idioti?

Una citazione che sintetizza alla perfezione la duplice pressione (adorazione vs. critica incessante) subita dal protagonista in famiglia. 

Un’altra citazione emblematica è la definizione clinica fittizia che Roth pone a inizio libro: 

Disturbo in cui forti impulsi etici e altruistici sono in perenne conflitto con brame sessuali estreme, spesso di natura perversa…

Che è, in effetti, la definizione stessa del Lamento di Portnoy, una frase che chiarisce da subito il significato del titolo: il lamento a cui fa riferimento è la sua condizione patologica di nevrosi, divisa tra senso del dovere morale ed esigenze istintuali.

Le reazioni critiche alle esplicite rivelazioni del protagonista furono inizialmente scandalizzate ma hanno contribuito a rendere celebre il romanzo. Oltre alla già citata iperbole di Scholem sul “secondo Olocausto”, va ricordato che Portnoy’s Complaint fece scalpore per i suoi contenuti sessuali senza precedenti: negli Stati Uniti molte biblioteche bandirono il libro a causa delle dettagliate descrizioni di masturbazione e del linguaggio osceno. In Australia addirittura fu oggetto di processi per oscenità prima di essere tolto dalla lista nera nel 1971. Insomma, Portnoy divenne ben presto un caso letterario, citato come esempio di romanzo scandaloso ma, al contempo, lodato per la sua comicità dirompente e onestà. 

Numerose battute e situazioni create da Roth in questo libro sono entrate nell’immaginario, e ancora oggi i lettori ricordano con una risata mista a shock scene come quella della cena col fegato (chi ha letto il romanzo sa, chi non l’ha letto scoprirà), emblema dell’umorismo audace di Roth nel trattare i tabù sessuali.

Giudizio critico

Dal punto di vista critico, Portnoy si conferma un’opera seminale e, a detta di molti, uno dei migliori romanzi di Philip Roth. L’edizione Adelphi permette di riscoprire un testo che, a più di cinquant’anni dalla sua prima uscita, conserva intatta la sua forza dissacrante e la sua capacità di coinvolgere. 

Il monologo di Alex Portnoy è un tour de force narrativo: sincero fino all’indecenza, caotico eppure costruito con finezza letteraria, oscillante tra comicità e tragedia. La critica ha spesso sottolineato come Roth sia riuscito a creare una “tragicommedia ebraica americana” perfetta: il romanzo infatti fa molto ridere, oltre che pensare. Si ride per l’esagerazione grottesca delle nevrosi di Portnoy, Roth non ha paura di mostrare il protagonista in tutte le sue debolezze, pulsioni ridicole e ossessioni imbarazzanti, ma al tempo stesso si riflette sulle questioni profonde che emergono dietro la farsa: l’identità personale dilaniata tra appartenenza e ribellione, il peso del senso di colpa inculcato dalla famiglia e dalla religione, la difficoltà di trovare un equilibrio emotivo.

In questa nuova traduzione italiana, il linguaggio mantiene la schiettezza e la verve dell’originale, con termini espliciti e gergali, flussi di coscienza senza filtro, sarcasmo e autoironia. Proprio questa voce potente e inconfondibile di Alex Portnoy è ciò che rende il libro un’esperienza di lettura così coinvolgente, al punto che il lettore ha quasi l’impressione di trovarsi anche lui sul lettino dello psicanalista, investito dal fiume di parole del protagonista. 

Criticamente, Portnoy viene elogiato per la sua onestà brutale e per l’equilibrio fra comicità e analisi psicologica: Roth riesce nell’impresa di farci provare empatia per un personaggio che confessa azioni spesso meschine o grottesche, perché attraverso l’iperbole ci sta in realtà mostrando qualcosa di universale sulla condizione umana e sulle ipocrisie sociali. Non a caso, nel 1998 il romanzo è stato inserito dalla Modern Library tra i 100 migliori libri in inglese del ‘900 e incluso anche nella lista TIME 100 dei migliori romanzi dal 1923 al 2005. Il tempo ha dato ragione a Roth: Il lamento di Portnoy non era mera provocazione momentanea ma letteratura di alto livello, capace di rimanere attuale e significativa.

Canone e tradizione letteraria di riferimento

Portnoy si colloca a pieno titolo nel canone della letteratura post-bellica americana ed è un caposaldo della tradizione del romanzo confessionale ebraico-americano. Quando apparve, nel 1969, fu subito riconosciuto come un’opera spartiacque: il primo romanzo a portare la rivoluzione sessuale degli anni ’60 in forma di stand-up comedy letteraria

Philip Roth, che fino ad allora aveva scritto in uno stile più tradizionale, con questo libro ruppe ogni indugio adottando un registro spregiudicato paragonato allo stile irriverente del comico Lenny Bruce. In effetti, Portnoy’s Complaint trasformava la terapia psicoanalitica in uno spettacolo quasi da cabaret: un monologo scoppiettante dove si mescolano alto e basso, intellettualismo e umorismo scatologico. Questo mix attinge da varie tradizioni: da una parte c’è l’influenza della Yiddishkeit (la cultura ebraica est-europea trapiantata in America), con la sua vena comica nel raccontare le disgrazie quotidiane e la figura della madre ebrea opprimente, tipica anche di certa narrativa e teatro ebraico; dall’altra c’è la modernità della controcultura anni ’60, che con Roth trova voce in letteratura mainstream.

Roth in un’intervista dichiarò che la cornice analitica gli consentiva di infrangere tabù narrativi e in questo senso Portnoy dialoga con opere precedenti che avevano scandalizzato per franchezza sessuale, come L’amante di Lady Chatterley (1928) di D.H. Lawrence o Tropico del Cancro (1934) di Henry Miller. Il tono adottato da Roth è, però, molto diverso: Portnoy non è un dramma passionale né un’invettiva beat, bensì una satira grottesca che trae linfa dalla tradizione umoristica ebraica (da Sholem Aleichem a Bellow) aggiornata ai tempi moderni. 

In Italia, all’epoca della prima traduzione (Il lamento di Portnoy, edito da Einaudi nel 1970), il romanzo si inserì nel filone dei libri trasgressivi che mettevano in discussione i costumi sessuali e religiosi: era il periodo post-’68, e Portnoy apparve come un contributo letterario alla critica dei moralismi. Oggi, riletto in un’epoca più disincantata, il romanzo emerge soprattutto come un grande classico sulla nevrosi moderna, un testo che, pur figlio del suo tempo, sa parlare ancora al lettore contemporaneo grazie alla profondità dei temi e alla vivacità stilistica.

Inserimento nella bibliografia dell’autore

Nella carriera di Philip Roth, Portnoy’s Complaint rappresenta l’opera della consacrazione definitiva. Roth aveva esordito nel 1959 con la raccolta Addio, Columbus e pubblicato un paio di romanzi negli anni ’60, ma fu proprio con Lamento di Portnoy (suo quarto libro) che ottenne fama internazionale. Da quel momento Roth divenne uno degli autori più celebri e discussi in America, e Portnoy rimase a lungo il suo titolo più noto (tanto da essere spesso consigliato come porta d’ingresso nel mondo rothiano). 

All’interno della vasta bibliografia di Roth, il romanzo segna anche uno spartiacque stilistico: dopo Portnoy, l’autore esplorò altre strade narrative, dalla satira politica di La nostra gang alla metanarrativa con il personaggio di Zuckerman, fino ai grandi affreschi storici come Pastorale americana, ma la figura del giovane ebreo ribelle e nevrotico tornò in altre forme. Ad esempio, elementi di Alex Portnoy si ritrovano nei protagonisti di libri successivi: pensiamo a Mickey Sabbath di Il teatro di Sabbath (1995), altro personaggio irriverente e sessualmente ossessionato, o al Nathan Zuckerman di Zuckerman scatenato (1979) che riflette l’alter ego letterario dell’autore alle prese con la fama seguita al successo di un libro scandaloso (un evidente riferimento proprio a Portnoy). 

In una recente classifica, Lamento di Portnoy è stato indicato tra i cinque romanzi di Roth che chiunque dovrebbe leggere, a riprova del fatto che il libro mantiene un posto d’onore nel canone dell’autore. È interessante notare che Adelphi abbia deciso di iniziare la nuova pubblicazione integrale delle opere di Roth proprio da Portnoy, una scelta che riconosce implicitamente questo romanzo come la pietra miliare da cui ricominciare a leggere Roth, il punto d’avvio ideale per esplorare il suo universo narrativo.

Riferimenti ad altri autori e opere

Portnoy non esiste nel vuoto, ma dialoga con molti altri autori e opere, sia precedenti che successivi. Come già accennato, sul fronte dei precedenti letterari si possono ravvisare echi di Saul Bellow, in particolare del romanzo Herzog (1964), altro celebre ritratto in forma di autoanalisi epistolare di un intellettuale ebreo in crisi: Roth stesso ha riconosciuto il debito verso Bellow per l’ispirazione a fondere erudizione e ironia nel narrare le nevrosi. 

Un altro riferimento implicito è Franz Kafka, spesso citato da Roth altrove: sebbene Portnoy sia molto più esplicito e comico, il senso di colpa opprimente che attanaglia Alex richiama vagamente la condizione kafkiana di un individuo schiacciato da forze interiorizzate (in questo caso, la figura paterna e la “Legge” religiosa). Inoltre, il titolo stesso Portnoy’s Complaint richiama il genere letterario del complaint (lamento) che ha origini antiche, come Il lamento di Arianna o Il lamento dell’amante, aggiornandolo però in chiave grottesca e moderna.

Sul versante dei figli di Portnoy, ovvero gli autori influenzati da Roth, l’elenco è lungo. In ambito letterario, molti scrittori ebrei-americani delle generazioni successive hanno guardato a Portnoy come modello per esplorare identità e sessualità con franchezza e umorismo. Ad esempio Woody Allen, pur essendo un regista e non un romanziere, è spesso accostato a Roth per temi ebraico-nevrotici: non a caso Portnoy è stato definito un modello letterario che ha aperto la strada al cinema alleniano sulla triade sesso-psicanalisi-ebraismo laico.

Anche scrittori come Howard Jacobson in Inghilterra, celebre per romanzi umoristici sull’ebraicità contemporanea, o in Italia, autori ironici della sfera sessuale e religiosa hanno beneficiato dell’esempio di Roth. 

Nel panorama culturale, Portnoy viene spesso citato accanto ad altre opere che hanno segnato un’epoca in termini di liberazione espressiva: per citarne una, American Pie (1971) di Don McLean non c’entra nulla come genere, ma il termine “American Pie” fu scherzosamente usato da critici per indicare la generazione post-Portnoy, alludendo a quell’innocenza perduta tra patriottismo e trasgressione. Più concretamente, nel genere memoir e autofiction, libri come High Fidelity di Nick Hornby o A Heartbreaking Work of Staggering Genius di Dave Eggers, pur diversissimi, condividono con Portnoy l’approccio confidenziale e spudorato nel rivolgersi al lettore come a un confidente/analista. Insomma, la lamentela di Alex Portnoy risuona ancora oggi in molte voci letterarie che esplorano il conflitto tra io pubblico e io privato, tra le regole sociali e il caos delle pulsioni personali.

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Storie in pausa

Valeria legge libro Venuto al mondo di Doris Lessing

SEO Copywriter e Social Media Manager, mi ritengo una lettrice appassionata. Ho creato Storie in pausa per raccontare il mio rapporto con i libri, quelli che aprono domande più che dare risposte. Quando non lavoro, faccio la mamma e leggo: perché le storie sono il mio modo per restare connessa al mondo e a me stessa.

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