
Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è il romanzo d’esordio di Michele Ruol, finalista al Premio Strega 2025 e racconta con originalità il vuoto lasciato da una perdita inimmaginabile.
Protagonisti senza nome proprio, Madre e Padre vedono la loro esistenza spezzarsi all’improvviso: i due figli, Maggiore e Minore, muoiono in un incidente, e niente sarà più come prima.

Titolo originale: Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia
Autore: Michele Ruol
Editore: TerraRossa (collana Fondanti)
Anno di pubblicazione: 2024
Pagine: 208
Genere e forma: Romanzo sperimentale
L’autore costruisce la narrazione come un inventario di oggetti quotidiani intrisi di ricordi, una lunga lista di ciò che rimane nella casa di famiglia dopo l’incendio metaforico che ha devastato le loro vite. Attraverso 99 oggetti sparsi tra stanze polverose e cassetti dimenticati, il romanzo ripercorre frammenti di storia familiare e interiorità dei personaggi.
La prima parte si svolge nella casa ormai vuota, uno spazio di memoria e assenza, la seconda parte si sposta invece su un’automobile in viaggio, simbolo del tentativo di fuga e cambiamento. L’autore ci orienta tra passato e presente tramite i reperti materiali e ogni oggetto svela poco a poco episodi significativi, legami segreti e dettagli che ridefiniscono la nostra idea di ciascun personaggio.
Tematicamente, il romanzo esplora il lutto e il dolore persistente, la difficoltà di comunicare nell’ambito familiare, il senso di colpa e l’elaborazione (o l’impossibilità di elaborare) una tragedia che infrange l’ordine naturale delle cose. La foresta bruciata del titolo è insieme evento reale e possente metafora: la notte in cui i figli perdono la vita, un incendio devasta la collina vicino a casa e con essa brucia anche il mondo interiore di Madre e Padre. Da quel prima e dopo inesorabile, i protagonisti si aggirano come fantasmi tra i resti della loro vita, domandandosi se dalle ceneri possa mai rinascere qualcosa.
Sin dalle prime pagine, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia mi ha emotivamente coinvolta, l’idea di rovistare tra gli oggetti lasciati da una persona cara scomparsa non è solo un espediente narrativo, ma una realtà che ho vissuto sulla mia pelle. Sugli scaffali e nei cassetti di casa dei miei cari ho intravisto anch’io le tracce indelebili del loro passaggio e il romanzo di Michele Ruol è riuscito a dare voce a quella silenziosa testimonianza delle cose.
L’autore scrive in prima persona del dolore di chi resta, con una prosa asciutta e calibrata, ogni parola sembra scelta con precisione chirurgica e lo stile è essenziale ma capace di squarci improvvisi di lirismo, come lampi di bellezza nel buio della tragedia. Questo equilibrio di crudezza e poesia rende la lettura intensa, più di una volta ho dovuto fare una pausa, sopraffatta dall’emozione, e riflettere sulle frasi appena lette.
Uno dei passaggi più incisivi del romanzo mi è rimasto impresso per giorni, quasi fosse un monito universale sul peso del dolore:
Ecco come funziona il dolore, aveva pensato. Macchia quello che sfiori; rimane anche quando non ci sei.
In queste parole ho trovato racchiusa tutta l’esperienza devastante del lutto, la sofferenza contamina ogni aspetto della vita, persiste anche quando chi abbiamo perduto non c’è più, e impregna gli oggetti e i luoghi condivisi. Da lettrice e da persona che ha conosciuto la perdita, ho avvertito una risonanza profonda con questa frase. Ruol non indulge mai in sentimentalismi facili, al contrario, mostra una lucidità tagliente nel descrivere come il dolore diventi parte del paesaggio quotidiano dei suoi personaggi.
La struttura stessa del romanzo, un elenco di oggetti sopravvissuti all’incendio, è un modo originale e potente per rappresentare l’assenza. Gli oggetti sono parole mute, custodi di ricordi: una fotografia incorniciata che ritrae i due fratelli insieme, una borraccia impolverata che evoca un ultimo viaggio di famiglia, un rasoio elettrico che rimanda a un momento di intimità tra Padre e il figlio maggiore. Ogni cosa è un frammento di vita congelato nel tempo, un correlativo oggettivo del ricordo e del rimorso.
Nonostante il tema cupo, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia non è un libro che lascia soltanto disperazione. Nel buio opprimente che avvolge Madre e Padre c’è anche la ricerca ostinata di un senso, di uno spiraglio di luce. Ho apprezzato molto come Michele Ruol tratteggia con onestà la dinamica familiare: i due genitori faticano a parlarsi, si smarriscono ciascuno nel proprio dolore e attraverso vari flashback capiamo che persino prima dell’incidente c’erano incomprensioni, silenzi, segreti inconfessati. Questo aggiunge complessità psicologica ai personaggi, rendendoli vivi e imperfetti. In prima persona sento di poterli capire, mi sono chiesta anch’io come reagisce una coppia a un trauma del genere e il romanzo offre uno sguardo sincero, quasi impietoso, sulle reazioni divergenti di Madre e Padre. Lei, privata improvvisamente del ruolo che definiva la sua identità, sembra svuotata, paralizzata in una quotidianità senza scopo. Lui tenta di fuggire dalle proprie emozioni rifugiandosi nel lavoro e in una negazione ostinata. Entrambi oscillano tra il desiderio di trovare un senso alla tragedia e la frustrazione di non riuscirci e condividono l’incapacità di chiedere aiuto l’uno all’altra.
Il risultato è un abisso di incomunicabilità che Ruol rappresenta anche visualmente con capitoli brevi, pause e spazi bianchi sulla pagina: il silenzio diventa quasi un personaggio, una presenza tangibile che separa i protagonisti. Pur essendo un esordiente, l’autore dimostra una padronanza stilistica e una maturità narrativa sorprendenti, che lo inseriscono a pieno titolo nel canone della migliore narrativa contemporanea sul tema del lutto.